Sempre più urgente puntare su una nuova politica culturale

Occorre ripartire dalla cultura, questo inizia ad essere chiaro a sempre più cittadini in Italia, anche se risulta ancora ostico da comprendere per chi ci governa a tutti i livelli e ai loro valvassini.
Siccome la politica deve ricominciare dai territori, deve riprendersi la credibilità sul terreno dei comuni e delle regioni, si delinea un’urgenza sempre più stringente: quella di ripensare all’intervento pubblico nel settore culturale.

1 – La amministrazione pubblica DEVE farsi carico della educazione e quindi della cultura dei cittadini. In primo luogo con la scuola e in secondo luogo con tutti gli strumenti atti a garantire il prosieguo del percorso educativo dei cittadini (biblioteche, teatri, iniziative altre, ecc.)

2 – La amministrazione pubblica deve privilegiare nel suo intervento le operazioni che garantiscono continuità di offerta culturale con special riguardo alle fasce economicamente e anagraficamente più deboli.

Da queste due importanti direttrici ne discende che:
a) – la amministrazione pubblica debba necessariamente abbandonare la politica dei “grandi eventi” nella cultura e nello spettacolo. Lo deve fare perché i grandi eventi (se lo sono veramente) si devono reggere sulle spalle degli imprenditori che li organizzano, senza utilizzo di fondi pubblici. I “grandi eventi” consumano molte risorse economiche e hanno poca ricaduta culturale sul territorio.
b) – che le principali risorse da impegnare dalle amministrazioni (oltre a quelle per l’assistenza sociale e i servizi, ovviamente) debbano essere destinate al settore cultura. Stanchi di segnalare tutti gli studi che lo indicano concordi, la spesa in cultura è in realtà un investimento che rientra in denaro alla comunità nel giro di poco tempo e per molto tempo.
d) – l’amministrazione si deve dotare di strumenti di valutazione artistica e di impatto culturale perché chi ha la legittimazione elettorale a guidare la macchina di governo, non sempre ne ha le competenze necessarie.

Ad esempio nella mia città, Cagliari, la giovane assessore dottoressa Enrica Puggioni, ha deciso di impegnare in un paio d’anni un milione di euro (più del doppio di quello che si stanzia per le attività culturali) per costruire una arena Grandi Eventi doppione di spazi già esistenti (la Fiera, il Parco della Musica) e di altri esistenti in un vicino futuro (Stadio Sant’Elia, Anfiteatro).

Questo accade perché l’amministrazione in carica nella mia città non percepisce come prioritario il ruolo della cultura nello sviluppo futuro del territorio.

Questo nella mia città è un chiaro esempio di uso delle risorse pubbliche che va nella direzione opposta a quelle che sarebbero le vere esigenze della cittadinanza di oggi, ma soprattutto di domani.

Occorre svilluppare una nuova consapevolezza politica. Occorre sviluppare un nuovo progetto politico cosciente appieno di un progetto di sviluppo. Un progetto che sia certamente globale che passi dalla politica energetica, a quella economica per arrivare alla politica culturale.

Gianluca Floris

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Basterebbe vedere quello che in passato ha funzionato.

In Italia le uniche città dove i valori immobiliari tengono e dove le attività commerciali continuano ad avere un senso economico sono le città d’arte e quelle di ambiente naturale attrattivo per il turismo. Quello che avevano costruito i dogi a Venezia, i Medici a Firenze e i papi a Roma ha fatto sì che ancora oggi milioni di persone l’anno vengano a visitare questi luoghi carichi d’arte. Quello che i nostri padri hanno tutelato come patrimonio ambientale è ancora oggi fonte di ricchezza.

Il lavoro di quegli antenati ha provocato la ricchezza degli abitanti e degli imprenditori ancora oggi. Quei favolosi investimenti continuano a fruttare ancora oggi. Quelle meravigliose ricchezze naturali danno oggi da mangiare a intere comunità.

Si trattava di un passato dove si aveva il coraggio di intervenire pesantemente sull’idea di futuro che si intendeva disegnare per la propria città, per il proprio stato. Leggetevi anche gli editti e le leggi che regolavano la tutela e il mantenimento delle foreste come quella del Cansiglio della Repubblica di Venezia.

Gli ideatori di quegli interventi erano i governanti di allora, i prìncipi. Gli strumenti di cotanta creazione di bellezza e di ricchezza duratura erano i potenti banchieri e coloro che detenevano i forzieri dello Stato. Tutti volevano abbellire la propria città e mantenere integro il loro territorio per far sì che risplendesse nei secoli e e che la popolazione vivesse florida nei secoli.

Oggi non c’è nessuna idea di quale futuro preparare per il nostro Paese perché per anni abbiamo deciso che l’unico merito che si doveva avere per raggiungere un posto di responsabilità decisionale era la fedeltà a un padrone politico. Negli anni i posti di responsabilità politica e gestionale operativa sono tutti stati ricoperti da un’orda di ebeti inetti, non solo incapaci di qualsiasi visione prospettica, ma completamente privi di qualsiasi anelito etico.

Chi è competente e chi ha strumenti per pianificare e progettare un futuro di crescita per il nostro Paese e per i nostri figli, non ha più spazi nella gestione della cosa pubblica, non ha spazi nella gestione tecnica e delle competenze e così se ne va via. Così perdiamo le energie migliori.

E così nella mia isola, ad esempio, orde di politici e di “opinion leaders”, potenti leccapotente di turno, a spiegarci come puntare su eolico e solare da noi (dove non c’è altro che sole e vento) non si deve fare perché si rovina il paesaggio. A spiegarci come dobbiamo tagliare ancora nella spesa della cultura perché “c’è la crisi”. A fare in modo che ci siano altre raffinerie e altre industrie di trasformazione chimica.

Orde di instupiditi da decenni di servaggio cercano ancora di farci credere che le fabbriche di cultura sono un “di più” al quale si deve rinunciare mentre il futuro nostro non può essere che l’industria pesante. Non si vergognano di dire queste baggianate e anzi guadagnano ascolto attento degli inetti della politica.

Così nel mio Paese si continua a tagliare la spesa per il patrimonio artistico, ambientale e culturale, perché i politici e gli “opinion leaders” ci spiegano che dobbiamo “contenere la spesa” a iniziare da quelle che sono le spese “superflue” come scuola, patrimonio culturale, tutela ambientale e formazione. Dobbiamo continuare a tagliare sull’università e sulla ricerca, creando il paradosso che oggi, tutta la spesa in formazione del nostro Paese, va a vantaggio degli altri paesi dove i nostri giovani cervelli emigrano. Senza apportare benefici al Paese dove i giovani sono stati formati.

Grazie alla ignoranza e alla incompetenza al potere in Italia abbiamo tagliato le materie come Storia dell’Arte e le materie artistiche nei Licei Artistici. Se lo raccontate a qualsiasi altro abitante del pianeta che l’Italia non forma più giovani nelle materie artistiche e culturali sentireste poliglotte risate. Se raccontate bene che per il futuro della Sardegna non si investirà in eolico e solare ma che si cerca di inseguire ancora l’industria chimica e siderurgica vi prenderanno per dementi.

Purtroppo ancora il potere è saldamente in mano a coloro che continuano ad aprire le porte a nuovi centri commerciali che continueranno a inaridire le nostre economie in cambio di un pugno di stipendi miserabili e precari.

Purtroppo è ancora al potere una classe politica di ignoranti e senza strumenti dove si ripete che si devono tagliare le prebende ai privilegiati della cultura (i lavoratori del settore), anziché spendere tutte le nostre risorse in formazione e in patrimonio culturale e ambientale.

Non so ancora per quanto tempo il potere in Italia sarà in mano a questa orda di imbaculi senza strumenti culturali che non sanno far altro che inseguire tesi e ipotesi sballate e senza nessun futuro razionale palese.

Basterebbe vedere cosa è stato il nostro passato. Cosa ha portato alla creazione della identità italiana dal Rinascimento al 900 (per dire) e quali sono le motivazioni delle differenze di ricchezza delle nostre città.

Io non mi stanco di certo di far notare certe cose e di rimarcarle in maniera ridondante. Dobbiamo però farlo tutti. Con più forza e più costanza. Senza stancarci.

Perché questa orda di inadatti senza cultura, senza visione e senza capacità, li abbiamo eletti tutti noi. Ripetutamente.

Anche io, purtroppo. È anche colpa mia.

Gianluca Floris

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Come è la situazione al Maggio Musicale Fiorentino, Fondazione Lirico Sinfonica

Ancora una crisi ha colpito un teatro italiano, uno di quelli con la maggiore tradizione in Italia: il Maggio Musicale Fiorentino, la Fondazione Lirico Sinfonica di Firenze.

Quando la precedente sovrintendente fu nominata dal sindaco Renzi, Francesca Colombo, la Fondazione aveva 11 milioni di euro di deficit. Quando pochi mesi fa la Fondazione fu commissariata, il deficit era di 35 milioni di euro. (Fonti delle rappresentanze sindacali).
C’è solo una piccola precisazione da fare. Quando il Maggio è stato commissariato, il ministero dichiarava che il Sovr. Colombo non era stata capace di sistemare i conti. Quindici giorni dopo, nelle conclusioni finali, lo stesso ministero rettificava che il dissesto del Maggio non era imputabile al Sovr Colombo in quanto i problemi derivavano dalle gestioni precedenti, di fatto assolvendola.
Ma la realtà è che la Colombo è fra i sovrintendenti che hanno visto i deficit aumentare durante il loro governo, anche se non è mai colpa loro.

Questo è accaduto a Firenze ma anche in molte Fondazioni, e non non per colpa dei lavoratori, come i manager inadatti dicono sempre, ma perché davanti ai tagli governativi del settore, non si è riusciti a cambiare il modello di governance. Tanti teatri come Torino Bologna e Venezia hanno reagito con competenza ed efficacia ai tagli, altri non sono stati capaci. Come il Maggio guidato dalla dottoressa Colombo, che ha continuato a sfornare stagioni alla “vecchia maniera”, facendo affogare la Fondazione nei debiti.

La Signora Colombo, tra l’altro, come primo atto della sua gestione, pretese di avere un appannaggio superiore al suo predecessore di 50mila euro e Renzi non cedette mai alle critiche sulle evidenze del suo operato. “Sulla Colombo ci ho messo la faccia” disse. Al fallimento della gestione Colombo (non per colpa sua, chiaramente, come affermato dal Ministero vigilante), conclamato con il commissariamento, non è seguita però nessuna autocritica.

Adesso che il teatro è commissariato il commissario ha detto che per sollevare le sorti della Fondazione con 35 milioni di esposizione, si debba togliere il contratto integrativo aziendale dei dipendenti in modo da guadagnare qualche milione di euro. Che chiaramente non scalfirà il grande deficit se non in maniera marginale, ma nel compenso getterà nelle difficoltà centinaia di famiglie che hanno mutui e figli da mantenere.

Servirebbe un radicale cambio di rotta gestionale e servirebbe magari chiedere (come già è successo al Teatro Regio di Torino) ai lavoratori della Fondazione di incrementare la produttività a parità di retribuzione e con questo accordo bisognerebbe aumentare la produzione di opere e di concerti in modo da incrementare il contributo FUS e gli introiti da botteghino. Bisognerebbe aumentare sensibilmente le alzate di sipario in modo da poter spuntare migliori cachet con gli artisti che, come si sa, in cambio di un congruo numero di recite, arrivano a dimezzare i loro cachet, ecc.

Invece la risposta del vecchio modello gestionale è quella di segno completamente opposto: si riduce la produttività tagliando proprio la macchina cuore della struttura. Esattamente come se un bar in difficoltà economica decidesse di lavorare di meno per non pagare i dipendenti, aprendo solo due ore al giorno. Qualsiasi imbecille capirebbe che così non si andrebbe da nessuna parte. Un bar che ha difficoltà economiche dovrebbe aprire 24 ore al giorno, mettere i tavolini fuori e cercarle tutte per avere più clienti e dimostrare affidabilità verso i creditori.

Ma tant’è… i teatri italiani sono spesso preda di manager assolutamente inadatti e incompetenti nel settore teatrale, gente che non conosce e che non capisce le potenzialità della macchina teatro, gente che considera queste strutture un fastidio, anziché una risorsa.

la prova che le cose potrebbero andare diversamente sono le Fondazioni ad esempio di Torino, di Bologna, di Venezia e anche di Verona (un unicum con i grandi sbigliettamenti estivi). Tutti luoghi le cui gestioni non mostrano le criticità del Maggio Musicale Fiorentino. Quindi è possibile anche in Italia gestire bene un teatro, con le leggi esistenti.

Ma al Maggio non essendoci l’idea di risollevare e rilanciare il teatro, non c’è neanche nessuno che prenda il toro per le corna e che dia un drastico cambio di rotta. Sembra che da parte di chi ha responsabilità politiche ci sia un sottile odio nei confronti del teatro. Sinceramente non capisco perché. Tutto sommato gli stessi politici responsabili che ora gridano allo scandalo sono proprio coloro che hanno scelto le governance precedenti e hanno quindi tutta la colpa.

I lavoratori del Maggio, però, hanno ben capito che si sta andando dritti verso la liquidazione della struttura e lottano disperatamente per il loro posto di lavoro. Noi italiani tutti abbiamo come prospettiva quella di perdere un pezzo importante della nostra storia e della nostra identità culturale.

Forse i politici sono convinti di poter chiudere la Fondazione con una liquidazione per riaprirla poi con nuovi contratti, nuove assunzioni, con nuovi criteri. Eppure io credo che non funzionerebbe nemmeno così, perché stessi politici ci metterebbero alla guida di nuovo gente incapace, gente che pensa che un teatro per avere i conti in ordine debba produrre di meno.

È una convinzione che hanno solo gli imbecilli, questa. Mi piace dirlo chiaramente. Ai teatri serve gente competente in grado di produrre molto di più spendendo molto di meno. Questo i teatranti e i professionisti che lavorano in teatro lo saprebbero fare benissimo.

Credeteci.

Gianluca Floris

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Salvare il Maggio Musicale Fiorentino dalla chiusura. Sognare non costa nulla.

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Non è il tempo di ripetere quello che i lettori di queste righe già sanno a menadito: l’importanza della Lirica come patrimonio immateriale dell’umanità e come patrimonio culturale storico identitario dell’Italia intera sin da prima della sua unificazione.

Non è nemmeno il caso di entrare nel dettaglio di quello che sta succedendo al Maggio Musicale Fiorentino, una delle realtà più importanti per l’intera cultura italiana.

Basti ricordare che la Fondazione Maggio Musicale Fiorentino versa in problemi economici grossi ed è stata commissariata. Ora il commissario straordinario ha visto i conti e sostiene che ci si trova davanti a due e due sole strade possibili: o la revoca più o meno totale dell’integrativo dei dipendenti, o la liquidazione della Fondazione.

Come si trattasse di un “tertium non datur”, una specie di rasoio di Occam. O accettate di dimezzarvi lo stipendio o si chiude.

E allora è il tempo di vedere se è vero che non esiste una terza via; è il tempo di provare veramente a capire se non ci sia invece una terza possibilità che non preveda la sciagurata fine di questa preziosa istituzione con il degradamento a Firenze a sede di un normale teatro di tradizione come tanti ce n’è.

Un progetto si fa evidenziando quali obiettivi raggiungere, quali strategie utilizzare e quali risorse da mettere in campo.

- Obiettivi
- Strategie
- Risorse

In quest’ordine. Quindi iniziamo.

Obiettivo:
- far sì che il Maggio Musicale Fiorentino non chiuda, che non venga liquidata una delle realtà più importanti della storia italiana fin dalla sua nascita. Che non si perdano le straordinarie capacità produttive delle sue maestranze, che hanno firmato alcune tra le più importanti messe in scena di opere liriche degli ultimi cento anni.

Strategie:
Tutte le strategie possibili per centrare l’obiettivo sopra riportato si possono riassumere in una sola:

Riportare il Maggio al ruolo di preminenza nel dibattito culturale contemporaneo mondiale che gli compete.

Il Maggio si faccia promotore da subito dell’allestimento di una stagione con il contributo gratuito dei più grandi artisti figurativi e architetti del mondo che si impegnino a realizzare fondali, costumi, disegni da proiettare e quant’altro possa essere utilizzato per una stagione ricca di offerte nuove, importanti e originali, che faccia parlare del Maggio in tutto il mondo. Queste personalità dovrebbero impegnarsi a dare il loro contributo a titolo gratuito, in cambio di prestigio e visibilità che darebbe loro il contributo alla salvezza del Teatro di Firenze, e in cambio dell’onore di legare il loro nome ad un progetto di respiro epocale.

Per fare questo il Maggio Musicale Fiorentino potrà giovarsi del prestigio delle numerose personalità che operano a Firenze a cominciare dal prestigio mondiale indiscusso del Maestro Zubin Mehta, per continuare agli amministratori e titolari delle prestigiose firme della moda, del food, dell’hotelerie e altri, tutte conosciute nei cinque continenti. Queste personalità potrebbero venire coinvolte non per un semplice fundrising ( o quantomeno non solo ) ma per avvicinare le personalità artistiche da coinvolgere per questa operazione di rinascita e in qualche modo da fare da garanti per l’operazione.

Non si tratta di una cosa impossibile né che necessita di molto tempo per la preparazione. Basta solo che la Fondazione attivi tutte le potenzialità che già si trovano al suo interno, oltre agli amici del Teatro e di Firenze tutta. Una serie di stagioni di nuovi allestimenti di costo estremamente ridotto dei quali però si parli in tutto il mondo e che possano venire scambiati e noleggiati da altri teatri.
Si tratta di riportare il Maggio ad essere quello che era stato fino alla seconda metà del novecento: un laboratorio di proposta e di elaborazione artistica della contemporaneità.

Identificare quali siano questi grandi artisti e queste grandi firme della architettura e della arte figurativa mondiale da contattare e da coinvolgere non spetta certo a me, ma forse non è difficile per nessuno provare a buttare giù una wish list per questa operazione:

Alla rinfusa fra artisti, architetti, illustratori ed altro, mi vengono in mente alcuni nomi fra i più conosciuti a livello mondiale:
Jeff Koons, Damien Hirst, Maurizio Cattelan, David Hockney, Gerhard Richter, Mimmo Paladino, Renzo Piano, Santiago Calatrava , Frank Gehry, Norman Foster, Zaha Hadid, Kengo Kuma, Tadao Ando, Wang Shu, Ai Weiwei, Anish Kapoor, Kseniya Simonova, Takashi Murakami, Roberto Capucci, Giorgio Armani, Valentino, Roberto Cavalli, Shilpa Gupta, Otolith group, Banksy,

Ma sicuramente la lista risulta virtualmente infinita, a seconda delle disponibilità e delle fantasie da mettere in campo per questa operazione.

Le persone che ho qui sopra elencato, sono sicuro, sarebbero tutti disposti ad aderire ad un piano siffatto con dei precisi obiettivi artistici e virtuosi dal punto di vista sociale: contribuire alla salvezza di un teatro.

Altre strategie da mettere in campo per raggiungere l’obiettivo, ci sono e sono più usuali visto che attengono più all’area dei risparmi della gestione virtuosa, che non a quella delle idee innovative. Alcuni esempi.

- Aumentare le aperture di sipario per incrementare i contributi FUS e introiti da biglietti.

- Commisurare il costo dei cachet artistici a recita in proporzione alle possibilità di incasso della serata.

- Attivare una politica di repertorio simile alla attività artistica di tutte le altre opera house del mondo (tranne le italiane, stranamente) in modo da amortizzare negli anni le spese della produzione.

Risorse:
Le risorse necessarie e indispensabili per realizzare un piano di rilancio del Maggio Musicale Fiorentino sono varie. Alcune di queste sono già disponibili, altre sono da reperire.

- Forza lavoro artistica qualificata
Già abbondantemente disponibile all’interno della Fondazione.

- Il Brand Firenze o Florence.
Disponibile gratuitamente.
Il Maggio Musicale si può avvalere per pubblicizzare le sue attività e iniziative di uno dei marchi più conosciuti al mondo: Firenze. Immediatamente associato al marchio Firenze nel mondo vi è associato il nome dell’Italia e della italianità (arte, moda, cultura, ecc.). Avere la disponibilità di un marchio come Firenze vuol dire risparmiare milioni di euro l’anno potendolo utilizzare senza pagare royalties a nessuno.

- L’incoming turistico con bacino di utenza sempre presente.
Legato al brand principale da spendere, vi è l’enorme bacino di incoming turistico da sempre disponibile a Firenze e in Toscana. L’attivazione di recite o di concerti con selezioni operistiche dei brani più famosi in orari differenti dagli usuali (ad esempio), per intercettare quel tipo di pubblico turistico alla costante ricerca dell’esprit autentico della Tuscany e di Florence.

- La storia del Maggio Musicale.
Risorsa inesauribile alla quale attingere.
Perché l’abbiamo ricordato prima. C’è stato un tempo in cui Firenze, a differenza di oggi, era pienamente cosciente del potenziale evocativo mondiale del suo marchio e della suggestione che la sua storia e le sue bellezze suscitano. Fu proprio in quel tempo che il Maggio Musicale si radicò artisticamente nel suo tempo, proprio come dovrebbe e potrebbe fare oggi a pieno titolo. La storia stessa del Maggio Musicale Fiorentino sarebbe una risorsa da spendere in questo momento.
Pensate solo alla possibile riproposizione di alcuni degli storici allestimenti dell’età d’oro del maggio, pensate alla possibilità di far nuovamente contaminare gli stessi titoli di quelle stagioni memorabili da artisti contemporanei.

- Risorse economiche:
Occorre una politica di emergenza e una di lungo respiro.

Quella di lungo respiro è data dall’incremento del numero di alzate di sipario che produrranno incrementi delle relative quote FUS relative, dalla maggiore attenzione agli incassi commisurando le spese dei cachet a sera con quello degli incassi possibili, dalla identificazione precisa del break even point di ogni allestimento in modo da poterlo inserire in programmazione con maggior forza negli anni a seguire proprio quando produrrà gli utili maggiori, dalla identificazione parimenti del BEP dell’intera stagione per poterne correggere in corsa l’offerta modulata in numero di recite e prestigio degli interpreti, dal progressivo raggiungere una autonomia degli organici che consenta di mettere in scena più allestimenti contemporaneamente (in spazi diversi magari), ecc, ecc.

Ma l’urgenza più grave è quella del breve periodo. Le gestioni passate e soprattutto gli sciagurati tagli dei governi nazionali negli anni hanno fatto sì che ora ci sia l’urgenza di trovare dei denari immediati e freschi per scongiurare quella che il commissario ritiene l’unica prospettiva possibile davanti alla negazione della disponibilità dei lavoratori del Maggio a farsi dimezzare lo stipendio. La chiusura.

Allora un metodo per rastrellare denaro fresco ci sarebbe. Un po’ folle, ma potrebbe funzionare.
Abbiamo detto come il Maggio dovrebbe attivare una stagione con il contributo gratuito dei più grandi artisti del mondo. Ebbene, io sono convinto che davanti a un progetto preciso e concreto come questo, si troverebbero in breve tempo dei contributori privati disposti a mettere sul piatto dei denari necessari a cominciare. Badate che con le potenzialità “in house” del Maggio i soldi necessari per iniziare una stagione di grande respiro e di grande risonanza come questa non sarebbero troppi. A occhio (ma nemmeno tanto) direi che con due milioni e mezzo/tre di euro (e il contributo gratuito degli artisti di fama) si potrebbero allestire dai cinque ai sei titoli d’opera più due balletti e sinfonico. Poco meno o poco più.
Sarebbe un patto fra contributori privati e Fondazione: “Vediamo se riusciamo ad avviare il rilancio del Maggio”. I privati ci metterebbero le quote necessarie alla stagione. Il Maggio in cambio proverebbe a utilizzare queste somme SOLO E UNICAMENTE per allestire la stagione di rilancio. La Fondazione avrebbe così il vantaggio di alleggerirsi il bilancio, di poter continuare ad avere tutto il personale necessario al progetto senza tagliare o tagliando le contribuzioni solo in minima parte e di prendersi tutti i vantaggi del punteggio FUS incrementato, dello sbigliettamento e del nome del Maggio che farebbe con forza il giro del mondo con un rientro pubblicitario moltiplicatore.

Insomma, i fondi privati che si potrebbero trovare potrebbero addirittura rappresentare un leverage economico che porterebbe già dalla seconda stagione nuovi apporti economici e nuovi benefici strutturali.

Senza considerare che molti degli artisti e degli architetti coinvolti nel progetto di rinascita probabilmente sarebbero anche disposti a contribuire direttamente con delle quote in denaro (andate a controllare a quanto vengono battute le loro opere alle aste di tutto il mondo).

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Tutto questo vuole essere un contributo alla difficoltà della situazione. Bisogna combattere sempre duramente per mantenere in vita i teatri, qualsiasi teatro, ma in special modo i teatri stabili, che sono presidio irrinunciabile per i cittadini tutti.
La lotta per mantenere in vita il Maggio Musicale Fiorentino è sì (giustamente) la lotta dei lavoratori per mantenere il loro posto di lavoro, ma è ancor più la lotta dei cittadini di Firenze per non perdere questa risorsa del loro territorio, è lotta degli italiani tutti per non perdere un pezzo così importante della storia del nostro Paese ed è parimenti una lotta di tutti i cittadini del mondo che abbiano a cuore la cultura e il patrimonio che questa rappresenta per tutti.
Una lotta, prima che per noi o per i nostri amici lavoratori del Maggio, per i nostri figli.
Una lotta per il futuro. Direi che ne vale la pena.

Gianluca Floris

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La cultura la muove l’economia. Eccome. Un contributo di Alfonso Antoniozzi.

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Sapete quella sensazione che avete ascoltando quella canzone… che vi sembra che abbia tradotto con esatte parole una cosa che avete sempre pensato. A me capita molto spesso con i miei amici, e fortunatamente Alfonso Antoniozzi è mio fraterno amico. … Continue reading

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Aggiungere gocce di bellezza al mondo. Un pensiero davanti alla morte del Venerdi Santo.

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E stasera, che era Venerdì Santo, mi sono sorpreso a pensare a quale dovesse essere il pensiero di meditazione importante per questo giorno. Perché ogni giorno deve averne uno, per me. E allora Ho pensato che questa era un giorno di dolore. E ho pensato che il dolore più grande deve essere quello di un genitore che piange un figlio. Perché non è naturale che vada così.

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E a Bologna, una stamperia d'arte. E una galleria d'arte. Squadro.

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Mi ci ha portato l'amico Otto Gabos. Che passeggiare con lui a Bologna è un po' come fare delle passeggiate in Alto Adige con Kamerlander. Che parliamo di racconti, di caffè, dei giovani, di noi, di libri e di come raccontare le storie. E che ogni volta che ci incontriamo ci piace constatare che non abbiamo smesso mai di avere la passione di osservare e di raccontare i fatti nostri attraverso i fatti altrui.

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