Cultura: i bandi per gli spazi fra le vecchie notizie e le nuove soluzioni.

C’è aria nuova per la Cultura a Cagliari. C’è di nuovo che gli operatori culturali del territorio hanno creato un laboratorio di studio, di proposta e di progettazione per un nuovo ruolo del comparto nello sviluppo della città. E c’è di nuovo che da questo laboratorio, che si chiama Laboratorio5, emergono anche le risposte alle mille domande che la crisi porta con sé. Vi metto a parte di qualche considerazione che emerge dai lavori svolti finora.

Le notizie vecchie.
Non ci sono soldi per la cultura
Non è una novità questa, ma è anzi la notissima disperazione di tutti: degli operatori e dei lavoratori del comparto, così come degli amministratori locali e governativi, costretti a recitare questo mantra per giustificare ogni taglio deleterio al mantenimento del nostro patrimonio culturale, dei siti, dei musei, dei teatri, della musica e di qualsiasi altro ambito culturale.
Non ci sono soldi per la cultura
E in questo quadro disperato, per di più, si è aggiunto anche il problema, a Cagliari, di dover ripensare il sistema di assegnazione degli spazi della cultura, da troppo tempo senza indirizzi certi. Si era pensato a bandi classici per gli affidamenti, ma nel pensare a questi stessi bandi ci si è scontrati con il problema dei problemi:
Non ci sono soldi per la cultura“, appunto.
Si rischia quindi, con dei bandi fatti alla vecchia maniera, di lasciare le gestioni in mano a figure che magari garantiscono la solvibilità economica per pagare gli affitti, a discapito però di chi potrebbe far lavorare i suddetti spazi con attività culturali di vero impatto sul territorio, che è quello che invece davvero serve urgentemente.
Vista la crisi imperante, infatti, nessuna delle compagnie teatrali, delle associazioni culturali, dei consorzi di gestione che fino ad oggi hanno operato sul territorio cittadino, avrebbero mai oggi la capacità economica per reggere una gestione di uno degli spazi facendosi carico dei livelli di occupazione e di pagamento dei canoni di affitto necessari.
Come uscire da questo impasse?
Ricordiamoci che “Non ci sono soldi per la cultura“, come già detto.

Le notizie nuove
I soldi per la cultura ci sono e sono tanti“.
Questa è la notizia nuova. Non è un paradosso: ci sono tanti soldi in Europa e in campo nazionale per progetti di carattere culturale contenutistico e gestionale.
Ma allora i nostri governanti e i nostri amministratori locali ci hanno preso in giro fino ad oggi? No. È che anche loro fanno fatica a star dietro ai cambiamenti. Oggi i denari si erogano per reti e aree di intervento. Gli operatori che si mettono in rete e che utilizzano gli enti locali come sponda economica di garanzia, possono accedere a vari strumenti di finanziamento di grande potenza ed efficacia.
I soldi per la cultura ci sono e sono tanti“,
ma questo è vero a patto che si cambi mentalità. I comuni non avranno mai più i soldi per gestire gli spazi direttamente o per finanziare i gestori degli stessi in maniera cospicua. Eppure sono disponibili tanti altri fondi in quantità anche superiore rispetto al passato. E allora?
La soluzione c’è ed è a portata di mano.

Nuove soluzioni.
Anziché fare bandi old-style, concepiti cioè alla maniera di quando i soldi erano erogati direttamente degli enti locali, dobbiamo invertire i termini del problema.

Anziché pensare prima a finanziare gli spazi con le minime risorse oggi disponibili dagli enti locali, relegando il “cosa farci dentro” all’impossibilità di fatto, vista la scarsità di risorse, si finanziano i contenuti, e solo in funzione di questi si pensa agli spazi. Mi spiego con un esempio.

Un gruppo di operatori del settore cultura elabora un progetto di intervento culturale sul territorio comunale, provinciale o regionale. Questa progettazione può includere sia performing arts che arti figurative, cinema, fumetto, educazione alla lettura, ecc.
Poi il progetto si fa finanziare dai nuovi strumenti in base alle nuove direttive esistenti in Europa, magari con l’aiuto di istituzioni come la Fondazione per il Sud o le banche etiche (ad esempio) e nel business plan del progetto si includono ovviamente le spese di gestione degli spazi necessari alla realizzazione dell’attività per tutto il periodo di intervento previsto.

Insomma ecco la maniera nuova di ragionare: anziché chiedere o pietire dei fondi per gestire gli spazi per la cultura, senza che poi magari rimangano risorse per le attività da farci dentro, si può invece iniziare dai progetti, dai contenuti che ci si fa finanziare. Con i soldi dei finanziamenti ottenuti si utilizzano gli spazi. Non più viceversa.

In questa maniera si torna a privilegiare l’intervento culturale su quello meramente economico commerciale, e si può finalmente garantire ai cittadini l’accesso alla cultura diffusa su tutto il territorio.
Prima i contenuti e, in base a questi, l’utilizzo degli spazi.
Ecco una nuova soluzione veramente possibile.

Per esempio.

C’è aria nuova in città. Vogliamo ripartire dalla cultura.

Gianluca Floris

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