Vi spiego cosa è il Lirico di Cagliari dal mio punto di vista.

Questo qui sopra è il Lirico di Cagliari dal mio punto di vista. Dal palcoscenico.

Scherzi a parte.

Il Lirico di Cagliari è una Fondazione Lirico Sinfonica.

Cosa sono le Fondazioni Lirico Sinfoniche.
Sono dei teatri stabili la cui missione è quella di fare tutto l’anno programmazione musicale che mantenga in vita l’opera lirica e la sinfonica in quanto patrimonio culturale di tutti i cittadini italiani ed europei. Le Fondazioni sono state istituite con legge nazionale e in base a tale legge ricevono un finanziamento statale la cui entità è stabilità in base a dei punteggi relativi alla quantità e alla qualità della produzione. Le fondazioni ricevono altri finanziamenti dagli enti locali per garantire stabilità della azione di programmazione artistica e per la diffusione della conoscenza del nostro patrimonio musicale.

Come viene assunto il personale.
Tramite concorsi obbligatoriamente europei, con nomine di commissioni di esperti cui devono obbligatoriamente partecipare membri esterni e le cui prove sono tutte pubbliche e devono avvenire anche alla presenza degli organismi sindacali aziendali.

Perché finanziare le Fondazioni.
Per mantenere in vita il patrimonio artistico italiano. Per la stessa maniera per cui dobbiamo mantenere Pompei, Venezia, la valle dei Templi, il Giardino di Boboli, ecc. L’opera lirica è il nostro patrimonio artistico e culturale di gran lunga più conosciuto al mondo e, nonostante si tratti di una modalità di spettacolo costosa, viene messa in scena ogni giorno in ogni parte del pianeta. Le Fondazioni sono un luogo di selezione dei migliori professionisti musicali europei che continuano a testimoniare l’importanza del patrimonio artistico e continuano con il loro lavoro a farne fruire i cittadini.

Quanto prendono i dipendenti delle masse artistiche.
Si tratta di stipendi normali per il settore pubblico ma in realtà sottodimensionati per chi è un professionista della musica con elevate capacità artistiche e professionali. Per diventare professore d’orchestra o artista del coro si deve studiare una vita e sottoporsi continuamente a concorsi e esami estremamente competitivi. La preparazione tecnica e culturale media richiesta ad un un lavoratore Lirico Sinfonico italiano è di altissimo livello perché il lavoro di interprete musicista non può essere improvvisato ma si tratta di altissima specializzazione.

Quanto lavorano i dipendenti.
Meno di quello che il loro contratto permetterebbe. Nel caso del Lirico di Cagliari i dipendenti chiedono da più di due anni di utilizzare tutto il monte ore a disposizione del loro contratto ma le loro richieste rimangono inascoltate. Avete letto bene. I dipendenti del Lirico di Cagliari chiedono da tempo di essere messi in condizione di lavorare di più. Fino ad ora questo non è stato mai possibile per inadeguatezza delle varie dirigenze. Per operare nel senso della massima efficienza, infatti, occorrono tecnici e amministratori esperti e preparati.

È uno spettacolo per una élite?
A Cagliari ogni spettacolo viene visto (parliamo solo di lirica, per comodità) da circa diecimila persone fra abbonati e non. Per una città da 150mila abitanti può dirsi un ottimo risultato. A Cagliari non esistono diecimila ricchi. Ci sono molti giovani, molti anziani (che sono la maggioranza dei cagliaritani) e non si vede una pelliccia. Se per elite si intende che è un pubblico fatto di persone abituate a fruire cultura, con il gusto dell’ascolto, della ricerca e della interpretazione, in Italia si tratta effettivamente di una elite. È gente istruita e curiosa. In altri paesi come la Francia, la Germania o l’Olanda o il Regno Unito, questa elite si chiama “pubblico” o “cittadini”.

Possiamo utilizzare i soldi delle Fondazioni per fare altro?
Attualmente non è possibile, a meno di cambiare la legge nazionale in modo che si smantelli il sistema della tutela della lirica sinfonica e del nostro patrimonio culturale musicale. Parimenti si potrebbe pensare di non mantenere più Venezia o Pompei o Ostia Antica in modo da risparmiare dei denari. Attualmente i dieci milioni di euro l’anno che lo stato da alla Fondazione Lirico di Cagliari, se venisse chiuso il lirico, non potrebbero più arrivare in Sardegna e tornerebbero a Roma per venire utilizzati a finanziare, sempre tramite il Fondo Unico dello Spettacolo, altre realtà italiane.

Quanti di questi denari pubblici ricadono sul territorio?
Praticamente tutti. I quasi 400 dipendenti della struttura di Cagliari ad esempio vivono sul territorio, comprano case, vestiti, mangiano, comprano beni e mezzi di trasporto sul territorio locale. E soprattutto pagano in Sardegna le loro tasse. Gli artisti ospiti invece dormono, mangiano e comprano beni in città e sul territorio, spesso ci tornano per farci vacanze nelle nostre strutture turistiche e più di uno si è fermato a vivere qui, alla fine, facendo anche degli investimenti. Uno studio dell’Università Carlo Bo di Urbino ha quantificato che a Pesaro, a fronte di una spesa per la lirica di circa sei milioni di euro pubblici, sul territorio ne ricadono più o meno undici. Giusto per citare una piccola realtà come quella di Pesaro. Per il resto gli studi dello Studio Ambrosetti della Confindustria, della UE e di altri dipartimenti universitari, dimostrano che il consumo di cultura diffuso porta ricchezza diretta al territorio, oltre a formare cittadini migliori e più responsabili. A meno di non pensare che gli investimenti della famiglia Medici a Firenze, dei Papi a Roma, dei dogi a Venezia, non siano serviti a nulla e che con quella cultura noi italiani non ci abbiamo mai mangiato. L’investimento in cultura in Italia è sempre stato motore di ricchezza. In Italia molto più che in altri paesi del mondo.

Dobbiamo farla finita con i teatri lirici?
Sì, se vogliamo smettere di avere una tradizione artistica e un patrimonio culturale. Sì se siamo convinti che una crescita culturale anche musicale sia un inutile orpello da ricchi cicisbei effeminati. Sì, se pensiamo che l’unica musica da diffondere sia quella che si autopaga. C’è da dire che in questo caso non so bene su che cosa dovrebbe invece investire la nazione Italia per il futuro dei nostri figli. Potremmo fare una scelta forte e utilizzare i soldi che lo stato riserva al nostro patrimonio culturale per spenderlo in industria pesante, nelle miniere del Sulcis o in mille altre maniere. Certo che lo si può fare. Un popolo ha sempre il governo che si merita. “Una città senza un teatro che faccia musica, non è una città dove valga la pena vivere” mi hanno detto gli amici norvegesi che mi spiegavano il fiorire di costruzioni di teatri dovunque nella loro nazione. Credo che se gli italiani lo vorranno potranno senz’altro chiudere i teatri stabili, le pinacoteche, i musei e i siti archeologici. Siamo in piena crisi, se non ve ne siete accorti, e quindi facciamola finita con la cultura. Ci penseremo dopo, quando saremo ricchi liberati finalmente dalla spesa per questi orpelli, noi italiani. Anche il governo del libero Afghanistan ha deciso di farla finita con gli inutili buddha di pietra o con queste manifestazioni inutili come le gare di aquiloni. Sono scelte e un popolo sovrano le può fare legittimamente. Alla cultura ci penseremo dopo.

Perché, infine, si parla così male di chi fa di mestiere l’artista?
Per invidia, perché facciamo il lavoro più bello del mondo, perché viviamo di musica e siamo capaci di dare brividi ai tanti che ci vengono ad ascoltare. Perché siamo capaci di studiare e il nostro potere è quello di capire, di interpretare. Perché è uno dei pochi lavori che nobilita sia chi lo fa sia chi ne fruisce. Per questo ci odiano: perché di mestiere regaliamo attimi di felicità. E questo, gli invidiosi, i gretti, proprio non ce lo perdoneranno mai.

Gianluca Floris

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9 Responses to Vi spiego cosa è il Lirico di Cagliari dal mio punto di vista.

  1. françoise Bayle says:

    A parte la convinzione di essere invidiati, è vero che l’Arte e la Musica in particolare sono il sale e lo zucchero della nostra vita. Certo, tutto il resto conta, ma senza Bellezza e senza Amore, senza Arte insomma, siamo così poveri e rinsecchiti dentro! Ben venga la solidarietà con gli artisti che aprono a tutti una porta verso momenti di pura serenità.

  2. fabio morbidelli says:

    Finalmente. Grazie !!! Sono daccordo su tutto (tranne ultimo punto, sono pochi a parlare male degli artisti, pochissimi). Fabio Morbidelli

  3. Caro Gianluca,
    quello che scrivi non fa un piega e lo sottoscrivo. Ho appena terminato la lettura di un libro interessante di Ilaria Borletti Buitoni, Presidente del FAI dal titolo assai intrigante: PER UN’ITALIA POSSIBILE e sotto: “LA CULTURA SALVERA’ IL NOSTRO PAESE?”. La domanda non significa se la Cultura potrebbe o no salvare questo paese – perchè la risposta è ovviamente SI e senza alcun dubbio – bensì: riusciranno gli Italiani a capirlo e a reagire in questo senso? La Francia nel 2010 ha avuto 80 milioni di visitatori e l’Italia 45. Possibile, avendo noi di gran lunga il più importante patrimonio artistico-paesaggistico al mondo? And so on….Sono rimaste le persiane chiuse oppure a’ nuttata nun è passata ancora?
    Paolo Miccichè

  4. Ale Sestu says:

    In un articolo di qualche mese fa, discutendo del destino che sarebbe toccato al Lirico, ricordo di un suo ragionamento intorno alla possibilità che il Lirico, se opportunamente gestito e finanziato, nel giro di pochi anni, sarebbe riuscito a reggersi sulle sue gambe, anche senza finanziamento pubblico.
    Ricordo male ? Se ha voglia, le volevo chiedere di riprendere il ragionamento. Mi era sembrato interessante.

  5. Nel dettaglio non lo riproporrò, fa parte di un mio studio da sottoporre, nel caso, a tecnici del settore. Comunque provo a spiegarmi.
    Io parlavo del settore PRODUZIONE, unicamente del settore PRODUZIONE di opere liriche. Esiste una possibilità, numeri alla mano, di permettere al Lirico in tre o quattro anni di dotarsi si una “libreria di titoli” di grande repertorio e di sicuro richiamo, di esclusiva proprietà del teatro, da poter far ruotare (sempre con nuovi interpreti) negli anni a venire con allestimenti quindi già pagati (una volta speso per il primo allestimento, per le messe in scene successive il costo è di pochi mille euri alla volta) e che potrebbero avere i cast delle recite completamente pagati dagli introiti di abbonamenti è botteghino. Questo è quello che da sempre accade IN TUTTI I TEATRI DEL MONDO, eccetto in Italia.
    Questo permetterebbe, a regime, di avere una ricca programmazione annuale che preveda solo UNA produzione ospite e UNA nuova produzione l’anno ammortizzate dagli introiti dei biglietti, dagli affitti ad altri teatri delle stesse e delle co-produzioni opportunamente attivate.
    Inoltre con un utilizzo delle potenzialità di produzione scenografica, attrezzistica e sartoriale del Lirico si potrebbe attivare delle sinergie con i teatri stabili della Sardegna e con l’altro ente Lirico Sinfonico di Sassari permettendo ulteriori economie di scala.
    In questa maniera si otterrebbe un risparmio sul settore produttivo che permetterebbe di far funzionare quel comparto a costo zero compreso le spese per i lavoratori aggiunti necessari per la stagione. Non ho mai detto che questa operazione potrebbe portare a pagare le spese per gli stipendi dei lavoratori indispensabili, ma potrebbe ridurre di molti milioni le spese del Lirico aumentando nel contempo l’impatto produttivo e occupazionale.
    I miei calcoli (ho avuto fior di consulenti, chiaramente) sono stati fatti tenendo conto dei dati di botteghino medi degli ultimi quattro anni del Teatro di Cagliari, dei costi degli oneri sociali e delle spese produttive di materiali e di cast e della forza lavoro a disposizione.
    Questa a mio parere, l’unica maniera nella quale può essere rivitalizzata una Fondazione che versa in condizioni di sottoutilizzo.
    Mi rendo conto che è un argomento molto tecnico e che non riesco a spiegarmi con sufficiente chiarezza, ma ripeto che è l’unica maniera nella quale debba e possa funzionare un Teatro Stabile Lirico.
    Grazie per la domanda, comunque. E grazie per l’opportunità di spiegazione che mi ha dato.

  6. Franco says:

    Salve Gianluca,
    Sono diversi mesi che si parla di te come ipotetico “direttore artistico” ma devo ammettere che dopo una analisi così manageriale (che condivido) ti vedrei più come sovrintendente.
    Scusa ma dopo aver passato 33 anni al Teatro Lirico e aver sentito e letto di tutto e averne in qualche misura condiviso la storia…mi porta a essere conciso e essenziale.
    La direzione artistica è tutt’altra cosa……! sei d’accordo?
    Personalmente, le tue logiche programmatiche che ripeto “condivido” sono per noi dipendenti
    ( almeno per me) abbastanza scontate.
    Il vero problema è la politica che si arroga il diritto ( ahimè legittimo) di decidere tutto sulle nostre teste….o no?
    Qualcuno mi spieghi come può il sindaco di turno arrivare sulla poltrona della presidenza e fare finta (purtroppo è così) di capire tutte le logiche di un teatro e di come deve essere governato.
    Il politico ha capacità da super uomo, alle quattro del pomeriggio parla di logiche di teatro, alle sei di viabilità alle otto non so…..! Beato lui…
    Di che cosa stiamo parlando………………?
    Abbiamo perso in partenza!
    Auguro invece a te buona musica e perchè no di incontrarti nel nostro Teatro………………!
    Franco Virgilio.
    ps. scusa per il tu confidenziale…. mi è venuto naturale…

  7. Fabullus says:

    Gentilissimo Gianluca, condivido molte delle cose che scrivi, e ho per te una grande stima sia intellettuale che professionale.
    L’ultima parte di questo testo, quella che risponde alla domanda “Perché si parla così male del mestiere d’artista” è stata da tanti condivisa su facebook. Quella parte allarga il discorso a tutti i musicisti – e, più in generale, agli artisti – anche a coloro che, come me, non dipendono da fondazioni liriche. Trovo giusto – per amore di discussione – muovere direttamente a te le riflessioni e, perché no, le critiche che quelle poche righe mi ispirano.
    Anche perché riguardano il mestiere d’artista. Riguardano anche me.

    Sono belle parole. Potenti. E, sicuramente, spese a favore di cause giuste – non c’è dubbio.
    Ma ci sono alcune cose che proprio non capisco.
    A cominciare dal fatto che, secondo te, di mestiere noi artisti “regaliamo attimi di felicità”. Non è proprio così: gli attimi di felicità li vendiamo (ed è ben diverso) e il problema sta tutto nel fatto che li vendiamo a caro prezzo; il teatro è una istituzione in perdita, quasi sempre. I ricchi, i potenti, non investono più in cultura.
    Dunque non trovo adatti questi toni complottistici: dal testo, sembra quasi che il nostro lavoro sia una semplice vocazione, e che purtroppo ci sono dei “gretti” e degli “invidiosi” che “parlano male di noi” e “ci odiano”. L’idea che passa è quella di una massa di artisti-sacerdoti che – per il semplice fatto che sono “artisti” – “nobilitano” per mestiere, emozionano indubitabilmente, rendono felici per forza. E’ così e basta. E per questo, ci odiano e ci temono.
    Invece, purtroppo, mi sembra che succeda esattamente il contrario. L’odio, l’invidia, sono sentimenti che ho riscontrato più all’interno del mondo della musica che dall’esterno. Da parte del mondo esterno, in realtà, mi sono sempre sentito rispettato. Perché tutti sanno che mi occupo di arte, e di cultura. Rispetto, dunque, sempre: ma non sempre aiuto e comprensione. Non tutti capiscono l’arte e la cultura, e questo fa parte del rischio del mestiere d’artista. I “brividi” non colgono tutti, a cominciare da chi dovrebbe finanziarci. Ma non possiamo, per questo, pestare i piedi.
    Non possiamo accusare di questo sempre gli altri, sempre l’ignoranza dei potenti, sempre il fatto che ci impediscano di esprimerci al meglio. Se ciò è vero per metà, c’è un’altra metà che ci impone un esame di coscienza: per troppo tempo il mondo della musica è stato chiuso, autoreferenziale, privilegiato; e a causa di questo, noi oggi dobbiamo dimostrare ancora di più. Ancora oggi, invece, troppi dei miei colleghi scambiano fini e mezzi: lo strumento, il teatro, l’abbondanza dei finanziamenti, il prestigio degli artisti ospiti, magari il posto stabile, sono ancora dei fini, quando dovrebbero essere dei mezzi. Non sempre siamo capaci di piangere, di dare l’anima, di comunicare spiritualità, di mettere il cuore in mano al pubblico, di prenderlo e portarlo dentro emozioni che sono vere.
    Rischiare, questa è la parola giusta.
    Anche perché, chi come me ha scelto di non lavorare stabilmente per un’istituzione musicale, di fatto è costretto a rischiare e mettersi in discussione ogni giorno.
    Altrimenti, mi viene da notare, quelle belle parole sono buttate al vento. Potrebbero anche essere (se fosse capace di pensarle e scriverle) di Giovanni Allevi. Potrebbero essere le stesse con cui ciascuno rivendica la “sua” arte.
    Con stima,

    fabio

  8. Caro Fabio, visto che anche io ho fatto la tua stessa scelta di non lavorare stabilmente in una struttura stabile ma di fare il libero professionista, voglio cogliere il tuo stimolo e ti voglio rispondere dettagliatamente. Ma mi serve un po’ di tempo. A presto.

  9. – Tu scrivi:
    A cominciare dal fatto che, secondo te, di mestiere noi artisti “regaliamo attimi di felicità”. Non è proprio così: gli attimi di felicità li vendiamo (ed è ben diverso) e il problema sta tutto nel fatto che li vendiamo a caro prezzo;
    Io rispondo:
    Noi vendiamo le nostre performance e ci pagano per quello. Quando riusciamo a regalare “attimi di felicità” è un di più ed è totalmente gratuito.

    – Tu scrivi:
    il teatro è una istituzione in perdita, quasi sempre. I ricchi, i potenti, non investono più in cultura.
    Io rispondo:
    Anche le scuole e gli ospedali sono in perdita. Ma è giusto che continuino ad essere finanziati con la stessa urgenza.

    – Tu scrivi:
    dal testo, sembra quasi che il nostro lavoro sia una semplice vocazione, e che purtroppo ci sono dei “gretti” e degli “invidiosi” che “parlano male di noi” e “ci odiano”.
    io rispondo:
    Il nostro lavoro non è una semplice vocazione. È arte e artigianato, tecnica e arte assieme. È anche vocazione, anche se non credo di condividere l’aggettivo “semplice.

    – Tu scrivi:
    L’idea che passa è quella di una massa di artisti-sacerdoti che – per il semplice fatto che sono “artisti” – “nobilitano” per mestiere, emozionano indubitabilmente, rendono felici per forza. E’ così e basta. E per questo, ci odiano e ci temono.
    Io rispondo:
    Non rendiamo felice la gente “per forza”. Rendiamo felici solo quelli che stanno “in comunione con noi” durante le nostre esibizioni.

    – Tu scrivi:
    Non tutti capiscono l’arte e la cultura, e questo fa parte del rischio del mestiere d’artista. I “brividi” non colgono tutti, a cominciare da chi dovrebbe finanziarci. Ma non possiamo, per questo, pestare i piedi.
    Io rispondo:
    È dovere di un artista, di un cittadino, di un essere umano sin da quando nasce a quando muore “pestare i piedi”. Sempre. È l’unica maniera di essere artisti, è l’unica maniera di essere vivi.

    – Tu scrivi:
    Ancora oggi, invece, troppi dei miei colleghi scambiano fini e mezzi: lo strumento, il teatro, l’abbondanza dei finanziamenti, il prestigio degli artisti ospiti, magari il posto stabile, sono ancora dei fini, quando dovrebbero essere dei mezzi.
    Io rispondo:
    Se guardi gli articoli di questo blog, scoprirai che combatto la stessa battaglia che indichi. Per me i soldi che riceve il Lirico devono essere restituiti alla comunità con un grande numero di produzioni per coinvolgere pubblico e artisti locali. Continuare a far gestire il teatro da inetti che programmano 5 opere liriche l’anno con 22milioni di euro non è né sensato né etico. Dopodiché il fatto che ci siano degli artisti che lavorano come stabili in teatro e che combattono per mantenere il loro posto di lavoro, io lo trovo giusto.

    – Tu scrivi:
    Non sempre siamo capaci di piangere, di dare l’anima, di comunicare spiritualità, di mettere il cuore in mano al pubblico, di prenderlo e portarlo dentro emozioni che sono vere.
    Io rispondo:
    Non tutti possono fare gli artisti, infatti. Quelli che non ne sono capaci, non sono artisti. Sono persone che vorrebbero esserlo, ma non lo saranno mai. Sono gli eunuchi dell’arte. Sono quelli che si vestono da artista, ma che non lo sono davvero.

    – Tu scrivi:
    Rischiare, questa è la parola giusta.
    Io rispondo:
    Lo facciamo ogni volta che saliamo su un palcoscenico e che ci esibiamo. Io se non lavoro non mangio. Più rischio di così…

    – Tu scrivi:
    Anche perché, chi come me ha scelto di non lavorare stabilmente per un’istituzione musicale, di fatto è costretto a rischiare e mettersi in discussione ogni giorno.
    Io rispondo:
    Lo faccio dal 1991 nei palcoscenici di tutto il mondo di lavorare da libero professionista come artista. Se non mi mettessi in discussione ogni giorno non potrei fare il mio mestiere come faccio da allora. Vai in qualsiasi teatro lirico italiano, dalla Scala al Massimo di Palermo, senza escluderne uno, e chiedi se mi conoscono e perché mi conoscono e cosa pensano di me e di come faccio il mio lavoro.

    – Tu scrivi:
    Altrimenti, mi viene da notare, quelle belle parole sono buttate al vento. Potrebbero anche essere (se fosse capace di pensarle e scriverle) di Giovanni Allevi. Potrebbero essere le stesse con cui ciascuno rivendica la “sua” arte.
    Io rispondo:
    Padronissimo di paragonarmi a Giovanni Allevi. E io, a questo paragone, posso permettermi tranquillamente di mandarti a quel paese, giusto per essere educato. Se no, se non fossi educato, ti dovrei dire “vaffanculo”.

    Con stima,

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