Perché noi gente di Teatro vogliamo dire la nostra su come sono gestiti i teatri.

Ma noi gente di teatro, chi siamo? L’amico Vito Biolchini in questo post mette a corredo del suo approfondimento da leggere e da meditare, una bellissima foto dove ci sono io (quello a sinistra) in scena come Pang in una Turandot al Teatro Regio di Parma in un allestimento del Covent Garden.

L’ho ringraziato, ma Vito mi ha poi spiegato che il suo gesto di postare una mia foto di scena era intenzionale. Nella grande polemica sulla cultura e in particolar modo sulla gestione del Teatro Lirico da parte di Massimo Zedda, sindaco decisionista e maschio, si perde spesso di vista chi è che parla (in questo caso io).

E quindi è il caso di fare un post che spieghi velocissimamente due o tre cose.

Io faccio il tenore solista in tutti i teatri d’Italia e del mondo dal 1991. Sono specializzato nelle parti di carattere, come non manca di segnalare un direttore artistico di SEL nei commenti delle pagine del think tank dove osa parlare Massimo Zedda sotto un nickname. Quasi che essere comprimario fosse una diminuzione del mio mestiere. Nel senso che risale al 1991 il mio primo lavoro in Teatro (Regio di Parma), risale ad allora la mia iscrizione all’ENPALS, al collocamento dello Spettacolo (allora esisteva) e all’IVA. Perché il mio lavoro viene retribuito dietro presentazione di fattura.

Io guadagno solo da questo mio lavoro. Nel senso che il mutuo della mia casa, i miei vestiti, il mangiare e i debiti li pago unicamente con i proventi del mio lavoro.
Il lavoro me lo procuro grazie alla agenzie che mi rappresentano in tutto il mondo. Gli agenti offrono ai teatri il mio nominativo per interpretare quel determinato ruolo dell’opera che sarà in cartellone, il teatro mi scrittura (o no, se non gli va bene la proposta). Io vado, faccio le prove, vado in scena, vengo pagato dal teatro e pago la mia agenzia (il 10% sul lordo con regolare fattura che scarico dalle tasse). I contributi previdenziali mi vengono regolarmente pagati dal teatro, oltre alla mia quota di legge direttamente trattenuta alla fonte.

Un contratto prevede che io mi debba presentare in quel dato teatro con la mia parte di quell’opera a memoria. Che io sia presente a mie spese per tutto il periodo delle prove, e che poi interpreti il mio personaggio per tutte le recite. Finita l’ultima recita finisce il mio impegno contrattuale. In media ogni contratto di lavoro per me significa stare nella città del teatro che mi scrittura per poco più di un mese.
Siamo obbligati a presentare fattura e i teatri sono sottoposti a controlli incrociati per verifiche di versamenti quindi, a fare il mio mestiere, si è obbligati a dichiarare tutti i soldi che si guadagnano. Noi artisti lirici non possiamo evadere le tasse, a meno di essere tra quella decina di coloro che possono guadagnare cifre tali da trasferire le loro residenze in paradisi fiscali. Io abito a Is Mirrionis in una casa che finirò di pagare quando avrò 75 anni.

Io nel mio lavoro sono pagato a recita. Le prove non mi vengono pagate ma sono obbligato a farle e a risiedere su piazza per tutta la loro durata. Io non posso esercitare il mio diritto di voto perché se le votazioni (quasi sempre) cadono in giorni di recita o di prove, non posso votare. Se mi ammalo e perdo le recite non mi pagano. Non abbiamo diritto alla malattia. Se la mia salute non mi sosterrà più io non avrò diritto a stipendi o rendite. La pensione per noi artisti vuole che si debbano avere almeno 150 giornate di contributi versati all’anno, ma per noi solisti è difficilissimo raggiungere questo limite quindi io non avrò pensione. I calcoli dicono che avrò sì e no 400 euro al mese di pensione, se ce li avrò.

Da qualche anno sto anche facendo qualche regia, aiuto regia e progettazioni artistiche che credo (spero) saranno la giusta evoluzione del mio lavoro in futuro.

Non cambierei il mio lavoro per nessun motivo al mondo.

Mi guadagno da vivere così da ventidue anni, quindi.

Vi renderete conto che in questo lasso di tempo io ho conosciuto tantissima gente del mio ambiente e con molti di questi (essendoci incontrati più volte per delle produzioni in giro per il mondo) siamo anche diventati amici stretti.

Vi renderete altresì conto che in questi 22 anni ho visto tante cose, tante maniere di gestire i teatri, tante situazioni.

Ho visto allestimenti costati miliardi andare in scena solo quattro volte e poi venire buttati. Ho visto centinaia di costumi per quattro cambi d’abito del coro, mai utilizzati, ma regolarmente pagati dal teatro. Ho visto scene pagate come nuove e invece erano state già utilizzate altre volte per altre opere. Ho visto interi guardaroba di opere per centinaia di persone fra solisti, comparse e coro, venire pagati come nuovi e invece far parte di repertorio vecchio con ancora le etichette dei loro precedenti utilizzi. Ho visto artisti pagati in teoria un tot, ricevere invece meno di un terzo del pattuito. Ho visto direttori d’orchestra chiedere il pizzo percentuale ai cantanti a pena di protesta. Ho visto teatri preparare stagioni dal costo superiore di due volte rispetto al budget e accumulare debiti fantasmagorici. Abbiamo visto direttori artistici che non capivano nulla di opera e non erano in grado di scegliere gli artisti in autonomia.

Io, come tutti i miei colleghi, conosciamo benissimo come si fa a amministrare male un teatro. Io addirittura qualche suggerimento l’ho messo nero su bianco qui.

Ma perché diamine noi artisti vogliamo i teatri governati da persone che “ci capiscono?”. Perché, ecco la risposta, ne otteniamo vantaggi immediati e secondari. Il vantaggio immediato è che più teatri ci sono che lavorano bene, più lavoreremo bene anche noi. Il vantaggio indiretto è che possiamo continuare ad abitare una nazione che rende alla nostra professione anche il ruolo sociale che ha altrove. In Francia, in Germania, persino nella disastrata Spagna, in Olanda, in Svezia, in Norvegia, e in tutti gli altri paesi europei il nostro mestiere è riconosciuto e nessuno, come fa qua il sindaco Zedda e il suo compagno di partito Uras, mettono in dubbio l’esistenza dei teatri e il loro ruolo. Noi artisti siamo riconosciuti appieno come operatori di cultura e dispensatori di profondità e leggerezza. Siamo musicisti e siamo attori. Dovunque il nostro ruolo è riconosciuto e dovunque veniamo utilizzati anche per educare i giovani e i cittadini tutti. Dovunque tranne che in Italia. Dovunque tranne che a Cagliari dove il sindaco Zedda ha ridotto il nostro teatro a una scatola vuota senza una stagione. Il primo passo verso la realizzazione del suo piano.

Ogni teatro che chiude per noi è un lutto perché è il teatro la nostra casa e la nostra fonte di vita. Anzi è il teatro la motivazione della nostra vita. È sul palcoscenico che noi portiamo la rappresentazione della vita. È sul palcoscenico che noi, fingendo, impariamo a essere sinceri.

Noi sappiamo benissimo come mandare avanti il teatro rispettando i conti, perché il Teatro lo conosciamo a fondo e conosciamo perfettamente quanto male fa chi ruba a casa nostra, in teatro. E capiamo immediatamente quando qualcuno ruba, in teatro. Noi capiamo subito chi fa danni perché incapace e lo riconosciamo da lontano perché è sempre una persona che del teatro non ha rispetto.

Ecco perché alziamo la voce. Ecco perché io alzo la voce per il disastro che scientemente ha colpito il teatro della mia città. Distrutto, senza una stagione. Guidato da chi ha avuto questa missione in consegna dal Sindaco Zedda.

Non chiedeteci di stare buoni o di aspettare da bravi che passino le elezioni.
È tardi. Il teatro della mia città sta morendo e il fatto ci lascerà tutti più poveri.

Per quanto riguarda il sindaco, è senz’altro il suo obiettivo politico, ma si è capito che lo è anche per il PD che ha protetto questa scelta del sindaco fino all’estremo di voltare la faccia all’evidenza del disastro ignobile che abbiamo sotto gli occhi.

Disastro ignobile del cui i colpevoli sono il PD, SEL e soprattutto Massimo Zedda.
I lavoratori del Lirico, lo ricordo a tutti, sono quelli che hanno a suo tempo mandato via una dirigenza che amministrava male il teatro.
I lavoratori sono quelli che, al termine della realizzazione definitiva del progetto di smantellamento del Teatro di Massimo Zedda e del PD, avranno perso più di tutti.
Ci perderanno più di me, che al teatro della mia città ci ho lavorato poche volte e che vado con la valigia dove mi scritturano. Loro perderanno il loro lavoro.

Gianluca Floris

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