Quello che vorrei da una politica culturale in Sardegna

Sul Corriere della Sera del 26 maggio scorso Gianarturo Ferrari argomentava come la produzione culturale oggi abbia preso il posto della industria pesante di un tempo.

Un tempo la capacità industriale dell’industria pesante significava poter fare le guerre e vincerle, oggi è la produzione industriale a fare penetrazione fra le linee del nemico e a sfaldarlo dall’interno.

Produzione culturale da esportare come fosse industria pesante significa esportare la propria maniera di leggere il mondo, i propri principi e la propria cultura. Questo crea la possibilità che i mercati che ricevono la produzione culturale siano poi pronti a ricevere i prodotti del mercato della cultura esportatrice.

Il mondo è ancora diviso in due: chi produce la cultura e chi la subisce. la produzione culturale è fatta di libri, di film, di telefilm, di musica, di teatro, di arte figurativa, di danza e di altro ancora.

Le culture dominanti sono quelle delle economie dominanti, quelle che riescono a esportare la propria produzione di cultura. Le culture in via di estinzione sono quelle che non riescono più a esportare la propria lettura della contemporaneità e che si nutrono solo di cultura prodotta altrove.

Va da sé che i produttori di cultura, come un tempo i produttori di industria pesante, appartengono in massima parte a culture dominanti di economie dominanti. Quando non sono originari di quei paesi, è comunque a queste culture che appartengono e entro le quali si muovono. Pensiamo al caso Zaha Hadid, l’architetto iraqena che però ha sempre vissuto e studiato fra Londra e gli USA.

Lo strapotere economico giapponese negli anni ottanta fu preparato da anni di esportazione di cartoni animati, musiche e design.

Il caso Sardegna è oggi emblematico: dopo la grande stagione degli anni terminati con i settanta dello scorso secolo (qualcosa degli ottanta forse) in Sardegna la produzione culturale è diventata residuale. Non esistono più esperienze come quelle che portarono all’emersione di personaggi come Zappareddu, esperienze che portarono alla creazione del Teatro di Sardegna, non abbiamo più poeti come Francesco Masala o Cambosu, capaci di rappresentare il pungolo costante di un impegno sociale dell’intellettuale veramente universale.
Non abbiamo più un Fabio Masala che fece dell’Umanitaria una coniugazione concreta e autenticamente rivoluzionaria della alfabetizzazione critica delle classi operaie e contadine.

Da qualche decennio la Sardegna non riesce più a esportare una idea di realtà che possa essere autenticamente rivoluzionaria e universale. Da qualche decennio in Sardegna coloro che producono cultura sono stati lasciati soli e impediti nel loro ruolo e funzione.
Un tempo le compagnie giovani come il Teatro di Sardegna obbligavano la politica a creare strumenti legislativi a loro sostegno.
Oggi i nostri registi cinematografici sono costretti a umiliarsi facendo questue miserabili nei salottini degli assessori per avere due lire inutili e insufficienti a produrre qualcosa.

E non servono a nulla le leggine che danno soldi alle radio per fare trasmissioni in lingua sarda appiccicando a sputo una finta cultura che è quasi sempre lettura di altri contenuti stranieri e alieni, solo detti in sardo. Recitare in sardo la divina commedia non è produrre cultura sarda, leggere in sardo una agenda cittadina degli appuntamenti  dicendo “zizzigorru gmail punto com” anziché “chiocciola gmail.com” non è produrre la cultura sarda e non è diffondere la cultura sarda.

Il giro del mondo degli spettacoli di Zappareddu o le otto lingue nelle quali veniva tradotto Cicito Masala era esportazione di cultura sarda. Le contaminazioni struggenti di Elena Ledda e le sapienti acrobazie di Rossella Faa sono cultura sarda autentica perché produzione originale di cultura. Così come è produzione di cultura sarda l’opera di Antonio Marras come quella dei tanti costumisti teatrali sardi che operano in giro per il mondo. Per fare degli esempi.
Ma anche la produzione di rock e jazz che ha avuto origine nella nostra terra è una testimonianza della produzione di cultura importante della nostra terra, e così i tanti artisti visuali che si fanno largo nei panorami dei cinque continenti. Come Giorgio Casu, per dire.

E allora quello che mi piacerebbe per la mia terra sarebbe una vera politica di sostegno alla cultura, ma alla produzione di cultura. Perché è questo il settore che autenticamente ci permetterà di uscire dalla residualità culturale nella quale siamo caduti. Mi piacerebbe una politica che agevolasse la produzione, la collaborazione e lo scambio fra artisti di ogni luogo del pianeta perché si potesse riconoscere dovunque la nostra terra come fucina accogliente di produzione culturale.

Perché tutti sono lì a riempirsi la bocca della Catalogna e tutti dimenticano una cosa: che la storia della Catalogna sin dagli inizi del secolo scorso è fatta di sperimentazione nella produzione culturale, di apertura di avanguardia alle tendenze più innovative. Perché quello che si chiamò Jugendstil in austria e Germania o Art Nouveau o Liberty in Francia e in Italia, in Catalogna fu ribattezzato Modernismo perché fu proprio la Catalogna uno dei laboratori di confronto internazionale di produzione d’arte e cultura del novecento. la tradizione stessa della cultura catalana è l’essere presente appieno nel dibattito culturale internazionale, l’essere luogo di incontro, non di chiusura.

Quindi sento un’urgenza vera: quella che si debba dotare la sardegna di una vera politica di sostegno e di sviluppo culturale. Quello che mi piacerebbe davvero per la terra alla quale appartengo e dove vivo, sarebbe un vero e grande sostegno economico alle fabbriche di cultura presenti in Sardegna. Sia quelle piccole (i singoli), che quelle grandi (i teatri stabili, le compagnie, le accademie).  Vorrei vedere registi sardi produrre testi e letture nei teatri di prosa, in quelli lirici, nelle tv italiane e internazionali. Vorrei un sostegno ai giovani musicisti di tutto il mondo per comporre su temi nostri autentici delle variazioni contaminate, vorrei dei testi basati sui nostri miti e sulla nostra terra.

Insomma vorrei una politica che sostiene la produzione di cultura viva e non solo il sostegno alla fruizione museale di cose morte. Vorrei una nuova politica conscia del ruolo che la cultura e le fabbriche di cultura hanno nell’affermare e tutelare la nostra cultura. Francamente non vorrei più sentire delle idiozie come il chiamare “privilegiati” i lavoratori della cultura o metterli in contrapposizione con i “veri lavoratori” che sono solo quelli con la tuta blu. Mi piacerebbe avere una nuova classe politica che non fosse così idiota.

Così come mi piacerebbe una politica che avesse come obiettivo il dare sostegno alle piccole realtà di intervento culturale e di spettacolo sul territorio, agevolando le loro attività, spesso basate sul volontariato ma sempre di intervento autentico sul territorio.

Perché oggi esportano cultura nata in Sardegna le Lucido Sottile, anche se non fanno spettacoli in LSC, più che non le piazze da Sardegna Canta. Giusto per fare un esempio. Perché oggi è testimonianza viva della nostra produzione culturale un Paolo Fresu che si esibisce alla Cantina Bentivoglio a Bologna, quanto una installazione di Casu a TriBeCa, o una esibizione alla TV olandese di Elena Ledda con Mauro Palmas.

La produzione e la testimonianza della cultura sarda non può esaurirsi nell’uso della lingua o dei quarti di tono del canto a tenore o delle launeddas. Quella è base e radice, sono cose che devono essere tutelate e studiate, ma la cultura non può essere cristallizazione di schemi e stilemi. Sono sardo anche io che non parlo la lingua sarda, sono sarde le Lucidosottile che concepiscono i loro spettacoli in italiano, è sardo Fresu o Gavino Murgia quando suonano con artisti del resto del mondo.

Sogno una politica sarda che si occupi di Sardegna anche se sogna in italiano. Sogno una politica di sostegno alla produzione culturale che nasca nella nostra terra, anche se progettata in inglese.

Gianluca Floris

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21 Responses to Quello che vorrei da una politica culturale in Sardegna

  1. Marco Lutzu says:

    Salve Gianluca,
    mi capita spesso di leggere il tuo blog, trovando spunti di riflessione sempre molto pertinenti e interessanti. Oggi mi imbatto in questo post che tratta temi a me particolarmente cari, così che, con spirito di dialogo, mi viene voglia di replicare.
    Condivido il tuo articolo fin dalle prime righe, con quel bel parallelo tra l’immaterialità della cultura e la gravità dei prodotti dell’industria pesante, e la convinzione – che è anche la mia – che sia la prima, oggi, a definire le gerarchie globali.
    Mi trovo meno d’accordo quando noto che nel tuo elenco delle “cose degne di essere esportate” vi è una sistematica esclusione (che a tratti ha il sapore di un velato disprezzo un po’ sornione) di tutto ciò che riguarda la cultura orale della Sardegna. Non sono uno dei cosiddetti “talebani sardi” e non vogli portare la discussione sul binario (assai poco proficuo) della contrapposizione tra Sardegna autentica e non autentica.
    Nel tempo libero mi godo anche io il festival di Berchidda, ascolto i dischi di Elena Ledda e Paolo Angeli, guardo i film di Mereu, vado agli spettacoli delle Lucido ecc. Quando invece lavoro faccio l’etnomusicologo, e da ormai un decennio passo le mie giornate tra suonatori di launeddas, cantori a tenore, cantadores a chitarra, poeti improvvisatori e via dicendo. Proprio quelle cose che definisci come “residuali”, “morte” e “da musealizzare”. La cosa più importante che ho scoperto in questi anni è proprio il fatto che residuali, museali e morte non lo sono affatto!
    La mia esperienza è quella di gente, tanta gente, tra cui tantissimi giovani, che cantano a tenore e ballano al suono delle launeddas o dell’organetto. In primo luogo perché gli piace farlo, e ancor di più perché considerano quello un modo per esprimere la propria identità culturale. Non si tratta di nostalgici di un passato mitico e ormai lontano, ma di gente di oggi: studenti, professionisti, impiegato e perché no, anche pastori, che navigano su internet, guardano la televisione, usano i cellulari. Sardi come noi, non sardi residuali, morti o da musealizzare! E con la loro passione danno vita a un mondo musicale in continuo fermento, una fabbrica culturale pullulante e dinamica, molto più di quanto si possa immaginare.
    Ho avuto l’onere e l’onore di curare l’Enciclopedia della Musica Sarda pubblicata da L’Unione Sarda, 3200 pagine zeppe di suonatori e cantori. E ancora oggi ad alcuni mesi dall’uscita dell’ultimo volume vengo fermato per strada da persone che lamentano l’assenza di tanti altri musicisti. Ti garantisco che si tratta di tante persone, caro Gianluca, e se li contassimo, scopriremo che probabilmente sono più di quelli che hanno un CD di Mauro Palmas a casa loro, che vanno ai concerti di Paolo Fresu o che hanno letto l’ultimo romanzo di Niffoi.
    Tutto queste persone – e in questo concordo con te –un difetto però ce l’hanno. Non sono in grado di esportare la propria cultura. Resta da capire se in fondo la cosa non gli interessi, o se piuttosto non siano state vittime delle ideologie imposte da culture dominanti che ne hanno sancito la marginalità dandone una falsa immagine di cose residuali, morte e da musealizzare!
    Qualunque sia la ragione, trovo quanto mento ingenerosa la tua sistematica esclusione di tutto questo mondo da ciò che sarebbe culturalmente degno di essere esportato per rappresentare la Sardegna. Trova uno spazio (né troppo grande, né troppo piccolo, mi accontenterei di “quello che merita”) nel tuo sogno per questo mondo che molti, per pregiudizio o ignoranza, considerano immobile, residuale e insignificante, e che invece io (e con me tanti altri) ho scoperto essere vivo, creativo e partecipato…e il tuo sogno diventerà anche il mio!
    Con stima
    Marco Lutzu

  2. Scusami Marco, si tratta – ti prego di credermi – di una mia pur colpevole dimenticanza. Sono così d’accordo con te che addirittura ritengo il nostro patrimonio culturale orale come il più grande e vero e tangibile e importante patrimonio da conservare.
    Io facevo solo degli esempi e mi rendo conto che facendo delle elencazioni “a effetto” si rischia di dimenticare cose che rappresentano “il nocciolo” della questione.
    Quindi nessuna esclusione “a priori”, te lo assicuro. Anzi: mi fregio di essere fraterno amico di chi ha organizzato rassegne di improvvisazione poetica invitando al confronto poeti di tutte le parti del mondo. Io sono assolutamente con te in questa battaglia.
    Mi cospargo il capo di “cinixiu”😉

  3. Marco Murgia says:

    Apo ligidu s’isterrida tua e seo de acordiu a subra de medas chistiones, ma chergio faere unu cummentu a subra de sa chistione chi non m’agatat de acordiu: mi paret chi tue tenzas unu cussideru basciu de comente su sardu diat poder essere una aina potente po nde pesare una aunda de cultura noa, contemporanea chi, contende sa vida de is sardos de oe, possat contare su mundu. E faltas faende s’essempru de su Modernismu de Catalunya ca su Modernismu si nde pesat a intru de su moimentu de sa Renaixença chi tenet sa limba cadalana comente de pilotu. Tando si un iscopu de is politica culturales est cuddu de accossare is operadores culturales peri regulas e dinares chi resessant a nde bogare a pillu is treballos de calidade, po a mie un’ateru iscopu est cuddu de istendiare su campu ube sa cultura si possat espressare. E sigomente sa cultura est limbazu a fincare in su sardu est mascamente a fincare in cultura sarda. Deu creo chi, is politicas publicas, tropu pagu ant fincadu in su sardu e tropu dinare ant postu in s’acossu de progetos de valore basciu chi pagu ant contribuidu a sa creschida de sa curtura sarda.

    SCRIVO QUI LA TRADUZIONE DI QUESTO INTERVENTO. SONO GIANLUCA FLORIS

    Ho letto il tuo articolo e sono d’accordo su diversi punti ma voglio fare un commento relativamente all’argomento sul quale non sono d’accordo: mi sembra che tu abbia una bassa considerazione di come il sardo possa essere uno strumento potente per sollevare un’onda di cultura nuova, contemporanea, che, raccontando la vita dei sardi di oggi, possa raccontare il mondo. E sbagli quando fai l’esempio del Modernismo catalano, perchè il Modernismo si forma all’interno del movimento della Renaixença che ha, nella lingua catalana, il suo pilastro più importante. Dunque se uno dei fini delle politiche culturali è quello di sostenere gli operatori attraverso norme e finanziamenti che permettano di far emergere le produzioni di qualità, secondo me un altro fine e quello di espandere il campo dell’espressione culturale. E poichè la cultura è linguaggio investire nel sardo vuol dire investire massimamente nella cultura sarda. Io credo che le politiche pubbliche, troppo poco hanno investito nel sardo e troppe risorse abbiano destinato al sostegno di rpgetti di basso valore che poco hanno contribuito alla crescita della cultura sarda.”

  4. Purtroppo fra i miei tanti limiti vi è il non riuscire a comprendere il sardo. Ho approvato il commento senza di fatto capire granché. Purtroppo sono nato a Cagliari nel 1964, ho fatto scuole in italiano, ho giocato con amici che parlavano italiano, ho studiato in italiano e lavoro usando spesso l’inglese. Tuttavia sento di avere a cuore la sorte della mia terra.

  5. Ecco Caro Gianluca da dove vengono le tue idee sul valore del sardo: dal tuo non conoscerlo!
    Non sai, per esempio, che in sardo sono stati scritti alcuni bellissimi romanzi. E come potresti saperlo? Ma tutto il tuo discorso è basato su degli assunti sbagliatissimi che tu dici di aver ripreso da Gian Arturo Ferrari, sul Corriere. Ho cercato di trovare il suo articolo, ma non ci sono riuscito. Potresti pubblicare il link? Grazie!

  6. Il link purtroppo non credo esista perché l’ho letto sulle pagine culturali dell’edizione cartacea mi pare di sabato. Poi il discorso che fai e l’obiezione che mi muovi è giusta: non parlando il sardo e non avendolo mai parlato in vita mia, conosco pochissimo.
    Ti chiedo senza alcuna polemica di indicarmi quali romanzi in lingua sarda dovrei cercare di leggere (con difficoltà perché lo comprendo poco o punto). Conosco solo poesie in sardo dei nostri poeti.
    La mia coscienza di essere sardo è un percorso che ho iniziato a quattordici anni quando sono entrato per amicizie coi figli nella casa di Cicito Masala e ho letto il Dio Petrolio e (subito dopo Quelli dalle Labbra Bianche (li ho letti in quest’ordine), oltre le letture del Giorno del Giudizio e di Canne al Vento. Poi è stata la volta della conoscenza con Sergio Atzeni con il quale ho frequentato la redazione di un settimanale sardo.
    E poi Michela Murgia, e Marcello Fois, e Francesco Abate e Nicolò Migheli e Gianni Zanata e Deroma e Spiga e Bepi Vigna… Tutti autori sardi e che hanno parlato della mia terra. Ma sono tutti romanzi in italiano. Quindi hai ragione: mi manca una conoscenza di romanzi in sardo (il teatro sardo invece l’ho frequentato un po’). Ti prego di darmi delle indicazioni.
    Ma forse qui il discorso è un altro: se dal mio post sembra che io faccia un discorso contro la lingua sarda, mi scuso davvero perché non sono riuscito a spiegarmi. Io mi sono scagliato contro una legge del cazzo (!) che finanzia scimmiottamenti inutili di falsa cultura sarda perché ci si limita a trattare argomenti non sardi utilizzando il sardo. In questo articolo io invece volevo ribadire l’esigenza di una nuova politica di sostegno alla produzione culturale sarda. Che per me vuol dire produzione culturale che nasce in Sardegna utilizzando artisti e professionisti sardi come creatori, esecutori e interpreti, che si confrontino con gli artisti di tutto il mondo.
    Se ho dato l’impressione di una crociata contro il sardo me ne scuso, ma ho riletto altre due volte il mio post e non mi pare proprio di averlo affermato.
    Forse dobbiamo smetterla di offenderci se qualcuno (come ho fatto io) parla della residualità oggi della cultura sarda. Io l’ho detto e ho indicato come, secondo me, dovremmo articolare una politica di promozione della cultura sarda. È una mia opinone.
    Noi sardi siamo un milione e mezzo e fra trentanni saremo solo un milione. Due terzi dei sardi abitano in aree urbane dove ormai il sardo è minoranza. A Cagliari, a Quartu, a Selargius, a Sassari, a Olbia i bambini crescono parlando italiano e il sardo è sempre più relegato alle battute spiritose o caustiche.
    È questa decadenza che pensavo di combattere rimettendo al centro la produzione di cultura contemporanea, l’attenzione verso le fabbriche di cultura grandi e piccole.
    Se no possiamo anche continuare ad usare una legge che ci finanzia se diciamo “zizzigorru gmail punto com” ma credo che non servirà a evitare la decadenza della nostra cultura.

  7. Francesca says:

    Caro Gianluca, ti ringrazio per avermi coinvolto in questa conversazione. Sono in linea di massima d’accordo con quanto scrivi e non trovo che il tuo sia un attacco alla valorizzazione e promozione della cultura e della lingua sarda ma anzi sia un bello stimolo a guardare avanti e farne tesoro per produrre ed esportare una nuova offerta culturale dalla nostra regione nel resto del mondo. Piuttosto un tuo passaggio mi suggerisce una riflessione che voglio condividere con te e lo riporto: Il mondo è ancora diviso in due: chi produce la cultura e chi la subisce. Io sinceramente non credo che chi fruisce di quelle che tu chiami ” cose morte” necessariamente le subisce. A volte purtroppo succede e questo dipende da tanti elementi, prima di tutto da come vengono proposte al pubblico. Ma farei attenzione a questo concetto che ritengo da non sottovalutare. La conoscenza del nostro patrimonio culturale storico materiale e immateriale ci rende a mio avviso cittadini più consapevoli del valore di quanto ci circonda e quindi più capaci di apprezzare la produzione culturale contemporanea. Senza tutto questo sono convinta che saremmo molto più poveri.

  8. Francesca condivido quello che dici e specifico meglio il mio pensiero: non possiamo pensare di valorizzare la cultura sarda SOLO pensando in chiave museale. Non lo fai certo tu, che da sempre affianchi alla gestione di spazi espositivi e di mostre a contaminazioni di “fare arte” sempre feconde. Questo intendo: accanto allo studio e alla valorizzazione di quello che abbiamo come patrimonio storico e “museale”, dobbiamo tornare a essere produttori e esportatori di cultura, come siamo stati in passato. Dobbiamo (ma è solo un mio pensiero personale) puntare molto di più al “fare cultura” che non al valorizzare la museificazione di quello che ci resta.
    Non so come spiegarmi, perché vedo che ormai sono accusato di non volere cultura sarda fra i piedi, mentre il mio post nasce dall’esigenza opposta.
    Di fatto l’immagine di qualche giorno fa a Cagliari quando per il sollazzo dei crocieristi si è allestita fra le vie della Marina una pantomima fra Mamuthones e issocadores vuori contesto, mi è suonata triste. Più eloquente di qualsiasi articolo o concione in materia. Siamo residuali dal punto di vista culturale perché siamo noi stessi sardi per primi a sminuire il nostro patrimonio. Ci riduciamo a macchietta da soli.

  9. Nicolò Migheli says:

    Quello che tu Gianluca definisci industria pesante, in geopolitica viene definito soft power, ovvero il potere di attrazione che può avere una cultura e quindi un paese. E’ vero che molta della produzione cultrale sarda si è dovuta (lo sottolineo) esprimere in italiano perchè il sardo, dai sardi in primo luogo, è stata considerata una lingua residuale ridotta a dialetto. Vissuta come non degna. Io ho scritto Hidalgos in italiano, e di tanto in tanto ne porto un piccolo senso di colpa. Ce l’ho perché sono sardofono dalla nascita, anche se il sardo lo scrivo da poco. Il mio sogno è che il sardo diventi per me, una sorta di ligua salvata, salvata per me, prima di tutto. Il vero limite del mio scivere nella lingua materna è che i miei studi li ho fatti in italiano e quella lingua finisco per conoscerla di più. Tradurre Dante in sardo, non è un’opera oziosa (visto che tutti conoscono l’italiano) allo stesso modo lo sarebbe tradurre da una qualsiasi lingua europea un’opera di altre letterature ( penso a inglese, francese e spagnolo, molto conosciuti). La traduzione in sardo è esercizio di riscoperta di una lingua, è costruzione di una lingua. Io appartengo a quelli che riconoscono validità alla LSC, La riconosco come sperimentazione. Lo stesso italiano scritto per molti secoli è stato lingua letteraria e sperimentale, uno standard, appunto. Detto questo è pur vero che i sardi hanno scritto nelle lingue che avevano a disposizione, nel cinque-seicento in castigliano e catalano, ad esempio. (A proposito, quando citi la Catalogna dimentichi che molta della loro produzione è avvenuta in catalano.) La Sardegna, questo passo non l’ha ancora fatto anche se il suo soft power non è minore, se rapportato ad altri territori italiani, ad esempio il canto a Tenore come patrimonio dell’Umanità. Il rischio che si corre in molte delle nostre manifestazioni culturali: ballo, canto e musica soprattutto, è che diventino folclore, ovvero una raprresentazione di cose residuali e morte. Ecco perchè è giusto proteggerle ed incentivarle. Un esempio: solo dieci anni fa si correva il rischio che il ballo fosse folclorizzato, museificato; oggi, invece sempre più giovani e non, lo ballono in pubblico senza vergognarsene. In conlclusione se non ci fosse tutto quell’immenso retroterra culturale, un romanzo come Hidalgos e anche il prossimo in uscita, non avrei potuto scriverli. Nessuna contrapposizione Gianluca, abbiamo bisogno come il pane di Teatri Lirici, di Cinema, Letteratura, Teatro ecc. ed anche di quello che tradizionalmente abbiamo prodotto. Un’altro sogno, un’opera lirica contemporanea con libretto in sardo.

  10. Grazie Nicolò per il tuo contributo prezioso e ricco, come mi aspettavo. “Abbiamo bisogno come il pane” di tutti, secondo me. Ma soprattutto di coloro che producono la cultura, come te. Grazie.

  11. Un ultimo appunto sulla Catalogna. Quello che tu dici (che si produceva cultura in catalano) è esattamente quello che dico io. Negli studi di Mirò e di Picasso giravano persone provenienti da tutta l’Europa proprio perché la Catalogna era un luogo aperto a tutti allo scambio artistico. Per questo era naturale che si parlasse con la lingua vera, che tutti veramente parlavano dovunque, per questo era naturale produrre una letteratura in catalano. Il catalano era una lingua vera e viva di una terra viva che produceva una cultura vera e viva e che era aperta al dibattito artistico internazionale. Quindi hanno esportato la loro cultura. Quello che dici è una sottolineatura di quello che affermo: che dobbiamo tornare a produrre cultura vera, universale, che possa entrare appieno nei dibattiti culturali mondiali. Perché Macondo o Arasolè sono solo due paesini di fantasia del cavolo, ma parlando dei loro abitanti si è narrata la storia di un’universalità nella quale tutti si possono riconoscere. Perché la caratteristica fondamentale dell’arte è che sia universale, che possa parlare davvero a tutti. Se no non è arte. Torniamo a farla e a produrla e, soprattutto (ecco il senso del mio post) chiediamo il sostegno pubblico alla produzione della cultura. C’è urgenza.

  12. Chiudo sulla lirica. Non credo sia un linguaggio che facilmente si presti a raccontare la nostra contemporaneità. Mi basterebbe che fossero registi e direttori d’orchestra sardi a interpretare i titoli della grande tradizione attraverso la loro sensibilità. Così come tante signore alsaziane vestono le elaborazioni di Antonio Marras.

  13. Sovjet says:

    Caro Gianluca, non so se ho sufficienti competenze per esprimere un commento minimamente utile, ma visto che mi hai chiesto un parere, ci provo.
    In primo luogo se mi chiedi se è necessario un cambio radicale di approccio in materia di politica culturale, di finanziamento alla cultura, di promozione della creatività artistica ti dico subito di sì: è necessario come forma di infrastrutturazione immateriale. Serve per creare cittadini consapevoli, dotati di strumenti che permettano loro analisi complesse, indispensabili oggi per comprendere un mondo sempre più interconnesso e interdipendente. Se negli Usa non si riesce più a pagare i mutui casa per l’azzardo di un’alchimia finanziaria e qui in Sardegna perdiamo migliaia di posti di lavoro significa che il mondo è cambiato e di molto (succedeva anche prima, ma con tempi molto più dilatati…). E servono artisti capaci di raccontarlo questo mondo con immediatezza, liberi di sperimentare linguaggi, approcci, di mischiare arti, di distruggere e ricreare. Ma l’arte in questo caso è come la ricerca pura nella scienza: se la leghi direttamente al mercato non funziona più, dev’essere – mi scuso per il quasi ossimoro – un “lusso utile”: pagherà di certo, ma nel tempo e magari non nei modi in cui si era previsto. Per questo parlare della cultura come un’industria a me fa sempre sorgere qualche dubbio. L’industria può essere di due tipi: strategica e pertanto va presidiata e può anche essere in perdita dal punto di vista del mercato (ma utile per salvaguardare un interesse che si ritiene superiore) oppure legata al mercato e allora valgono le regole della domanda e dell’offerta.
    Noi in Italia (la Sardegna non mi pare si differenzi nei comportamenti) da buon stato a sovranità limitata (altro che sovranismo sardo!) abbiamo rinunciato a tutti i settori strategici della nostra industria, pesante o fine che fosse, e infatti oggi contiamo poco o nulla a livello internazionale. Siamo una potenza industriale in decadenza, che non è stata capace di rinnovarsi, di investire in ricerca, tecnologia e innovazione, bloccata da vent’anni sui problemi giudiziari e le incontinenze di un satrapo, tema che ha ossessionato in modi diversi destra e sinistra di questo paese, distraendo dalla deriva in cui si perdeva la nostra società.
    Credo però che nella tua ricostruzione ci sia un’inversione delle cause e degli effetti: io non penso che sia la cultura a trascinare l’economia, ma esattamente il contrario. Laddove c’è un’economia forte hai anche produzione culturale: l’industria cinematografica negli Usa nasce con le economie di scala e il consumo di massa, ovvero con la produzione di ricchezza che spalmandosi su tutta la società (e non solo su pochissimi privilegiati) permetteva a una moltitudine di artisti di cimentarsi nella loro arte e dalla moltitudine poi emergono i geni. Chaplin non sarebbe Chaplin se fosse rimasto attore da vaudeville e non avesse impresso il suo straordinario talento su pellicola. Ma l’economia che permetteva a migliaia di spettatori di vedere lui e il sul “Monello” sugli schermi iniziava a essere la più potente del mondo.
    L’economia, che è fatta al nucleo di industria che produce manufatti e valore aggiunto, a mio avviso crea quel surplus di risorse che permette il soddisfacimento anche di altri bisogni umani oltre che a quelli fisiologici e quindi alle diverse discipline artistiche di prosperare. Forse il famoso aforisma di Orson Welles su Italia e Svizzera è vero, ma anche in quel caso, il nostro Rinascimento fu forse un periodo turbolento dal punto di vista politico, ma Firenze era città ricca e i Medici i banchieri d’Europa e non si può certo dire che il papato fosse privo di risorse!
    Quindi l’economia trascina la cultura, a mio avviso. Poi, certo, per come la vedo io, i rapporti causa-effetto hanno sempre retroazioni, movimenti sistemici, non hanno nella realtà un’unica direzione rettilinea, ma si muovono in cerchio influenzandosi a vicenda.
    Tu dici: “le culture dominanti sono quelle delle economie dominanti, quelle che riescono a esportare la propria produzione di cultura”. Io sono perfettamente d’accordo, ma bisogna poi definire cosa si intende per “economie dominanti” e soprattutto per quale ragione sono dominanti. Per esempio, la supremazia militare si è manifestata nella storia con la cosiddetta “diplomazia delle cannoniere”. Negli Usa la spesa pubblica in armi (il complesso militare industriale tanto temuto da un presidente ex militare come Ike Eisenhower) fa girare l’economia, tant’è che qualcuno (un analista economico che scriveva nei siti di controinformazione come Sbancor, per esempio) ipotizzava per gli Usa il “warfare”, un’economia che ha nelle armi e nella guerra il suo motore e che li costringe a impegnarsi in qualche tipo di conflitto più o meno ogni dieci anni.
    Sempre gli Usa hanno usato l’industria culturale come formidabile macchina di propaganda per veicolare l’american way of life, che poi è l’illusione di una amplissima mobilità sociale raggiunta attraverso una tensione fortemente individualista e consumista da dispiegare nella società. Una vera e propria costruzione dell’immaginario collettivo che durante la guerra fredda era finanziata con risorse ingenti (ma la macchina della propaganda era attivissima anche dall’altro lato della Cortina di ferro).
    Sono meno d’accordo quando dici: “Lo strapotere economico giapponese negli anni ottanta fu preparato da anni di esportazione di cartoni animati, musiche e design.” Lo sviluppo di un’industria culturale (soprattutto cartoni animati e fumetti, a livello di cultura popolare) è effetto e non causa dello strapotere economico e soprattutto, esporti se compri! Il fatto è che i cartoni giapponesi e noi siamo testimoni perché il primo fu “Atlas Ufo Robot” che fu trasmesso quando eravamo ancora in età da cartoni, era nuovo, affascinante, tecnicamente perfetto per i tempi e ipertecnologico. Manifestava insomma la rinata potenza del Sol Levante. Ma il Giappone ha perso la seconda guerra mondiale, ma era comunque la potenza economica dell’Asia prima, non un ‘isola marginale vicina alla Cina.
    Quindi per tornare alla Sardegna, io credo che sia necessario un utilizzo efficace delle risorse (anche se la natura insegna che hai evoluzione solo dove hai spreco e ridondanza…), ma risorse devi averne…in condizioni di risorse scarse devi fare scelte e òì entrano in gioco – anche mettendoci tutta la buona fede e la buona volontà – altri meccanismi. Intanto hai bisogni primari da soddisfare che sono comunque percepiti come prioritari: salute e sicurezza in primis, rispetto ai quali non puoi ridurre più di tanto le risorse. Tolte queste “spese fisse”, devi scegliere come allocare le risorse: se il principio è il mercato metti le risorse laddove danno più valore aggiunto, creano maggior reddito e maggiore occupazione. Ma questa non è una semplice operazione ragionieristica di costi vs ricavi, ma politica di confronto e mediazione fra gruppi organizzati di potere, portatori legittimi di interessi: per cui agricoltura e allevamento rivendicano la loro parte, così come le industrie piccole e medie, così come il mondo della cooperazione o dell’artigianato o l’università o le ICT. A chi togli e a chi dai? Se dai di più alle “fabbriche della cultura”, a chi togli? Certo, servirebbe una razionalizzazione della spesa, modalità di valutazione efficaci. Ma anche qui, se sei valutato in maniera stringente, come farai a sperimentare? L’investimento sicuro non esiste da nessuna parte, meno che meno nella cultura…se “uno su mille ce la fa” come cantava Morandi, su quale dei mille si dovrebbe puntare e come? Certo può essere che ci siano tutte queste risposte e che semplicemente io paghi la mia ignoranza, ma il tema è oggettivamente complesso e non può essere derubricato come semplice ignavia del politico di turno. Poi, alcune cose possono farsi in termini di programmazione, di stanziamento di risorse “certe”, di modalità inclusive di costruzione delle regole (ci sono esempi straordinari di “consensus building”, di recente ha presentato il suo libro “Cosa fare, come fare” Iolanda Romano da Patrizio, dove c’è un capitolo intero dedicato a questo metodo), ma resta il punto che è difficile che un’economia al collasso si risollevi investendo le sue risorse sulla cultura…anche perché mancherebbe un mercato interno minimo che permetta di sostentarsi (a meno che non si immaginino charter e traghetti pieni di turisti dello spettacolo…).
    Quindi sì a una politica culturale più attenta, sì ad un uso più oculato delle risorse, sì a una verifica attenta degli ambiti in cui queste risorse devono essere allocate (e la cultura però deve essere strategica “a prescindere” in quanto forma cittadini più strutturati, consapevoli e al fine anche competitivi), ma da integrare e armonizzare con una seria politica economica.
    Non entro nel merito della lingua ché è argomento dove si litiga gratis, dico solo che andrebbe preservata, vivificata, ma che pensare che sia volano di sviluppo mi pare poco fondato: d’altra parte quando il buon dio ha voluto punire l’uomo per la sua superbia gli ha confuso i linguaggi impedendo che gli uni si capissero con gli altri.
    È vero però che in Sardegna molti si avvicinano di nuovo ai balli tradizionali e si divertono a ballarli, che ci sono artisti straordinari, cantanti e musicisti, che si svolgono molte gare di poesia in lingua sarda dove si trovano anche opere interessanti, cioè che esiste tutto un movimento importante legato a forme d’arte tradizionale che è vivo e interessa molte più persone di quanto si immagini. Molti nostri giovani sono affascinati dai “contest” dove si affrontano a ritmo di rap. I nostri poeti improvvisatori fanno qualcosa di immensamente più complicato, rispettando regole complesse: io insegnerei il canto d’improvvisazione a scuola…produrrebbe perfino politici più bravi!
    Mi scuso per la prolissità, ma non avevo tempo per essere più sintetico…
    Un abbraccio
    Marcello

  14. Sardo Pellita says:

    Ho letto il tuo pezzo e mi è piaciuto molto poichè condivido tutto quanto sostieni, sebbene in linea teorica.
    Ti rispondo con un nome de plume perchè non ho voglia di tirarmi dietro gli strali di coloro che nobilmente si spendono, anche con competenza e preparazione, per la salvaguardia della cultura sarda, al punto da trovare eccessiva la tua posizione quando parli di proiezione culturale all’esterno, per me invece l’unica realmente possibile.
    Con tutti i limiti del caso purtroppo…
    Siamo un popolo sparuto e con enormi limiti relazionali, interni ed esterni.
    Gli esempi che citi sono fiori all’occhiello di una genia di persone che, pur avendo solide e interessantissime tradizioni culturali proprie, ha scarsa potenzialità di impatto su larga scala.
    Penso a una cultura millenaria come quella di Bali, più di 3 milioni di abitanti, tradizioni turistiche che risalgono a fine 800, una cultura profonda e spessa che spazia dalle arti figurative alla musica con un rigido attaccamento alle tradizioni.
    Molto affascinante e gradita… ma di nicchia.
    La Sardegna, insulare come Bali ma meno solida nelle tradizioni, malamente e passivamente inquinate, ha dalla sua un’innegabile capacità nel produrre qualche fulgido caso di eccellenza culturale e tu li hai citati quasi tutti, almeno tra i contemporanei, tralasciando forse solo la Deledda.
    Nonostante ciò la stragrande maggioranza dei sardi, cioè la bassa lega che popola le cosiddette “aree metropolitane” è composta di buzzurri.
    Se a ciò aggiungi che il reale interesse del resto del mondo nei confronti della Sardegna, della sua cultura intrinseca e tradizionale e di quella da “esportazione” è un interesse anch’esso di nicchia, limitato a qualche curioso, qualche studioso o a sparuti intellettuali giramondo che frugano da noi come da tanti altri, concludo col pensare che, alla fine e purtroppo, tutto si riduca a una questione “catacombale”.
    Io sono con te, come quelli che ti leggono e replicano con cognizione di causa alle tue considerazioni e proposte.
    Ma siamo come i paleocristiani.
    Quattro gatti che non hanno un gran peso nell’ordine di priorità della popolazione tutta e che rischiano di ridondare nell’autoreferenzialità.
    Purtroppo…

  15. Marco Lutzu says:

    Sardo Pellita, scusa, ma non posso non reagire alla marea di luoghi comuni che leggo nel tuo intervento!

    “Siamo un popolo sparuto e con enormi limiti relazionali, interni ed esterni.”
    Che cos’è? La versione del terzo millennio del “pocos, locos y mal unidos”? Io società prive di conflitti interni, sinceramente, non ne ho ancora conosciute! Basta con questa immagine che oltre il mare vanno tutti d’amore e d’accordo e in quest’Isola ci odiamo tutti!

    “La Sardegna, insulare come Bali ma meno solida nelle tradizioni, malamente e passivamente inquinate”.
    E questa? Anche di società pure e non “inquinate” non ne ho mai conosciute. I contatti culturali (per fortuna direi) sono un universale, e di certo Bali non è stata meno immune dai processi di “globalizzazione”, come dimostra per esempio questo articolo:
    http://www.nzasia.org.nz/downloads/NZJAS-Dec02/Johnson.pdf

    “La stragrande maggioranza dei sardi, cioè la bassa lega che popola le cosiddette “aree metropolitane” è composta di buzzurri.”
    Ajò….questa manco la commento!!!

    Ultima cosa: la Deledda è morta nel 1936, un po’ presto per inserirla “tra i contemporanei” accanto a Casu, le Lucido Sottile e Palmas.
    M.

  16. Sardo Pellita says:

    Marco, i fatti parlano da soli.
    Ho cinquant’anni di cui 45 di solida vita sarda, costellata di speranze tutte deluse e se cito la Deledda tra i contemporanei è solo perché la nostra proiezione oltre le maltrattate coste isolane si ferma a lei.
    A meno che non ti affidi ai successi dei conterranei da Maria de Filippi.
    Grazie a dio la mia vita ha gioiosi ricordi fuori dai gretti confini di un popolo che grida all’indipendenza ma non è capace di esprimere una coralità di qualsivoglia natura.
    Bonne chance.😉

  17. pierluigi dessì says:

    Caro Gianluca, innanzitutto ti ringrazio e mi lusinga il fatto che mi abbia voluto coinvolgere in questa riflessione aperta con un argomento così fondamentale per il futuro nostro e delle generazioni a venire.
    Ho letto i vari interventi che mi hanno preceduto e avverto una sorta di accanimento sul concetto di sardità, la lingua sarda in primis, della necessità di trovare un filo comune che ci lega, e quindi cosa meglio della lingua può tenere unito un popolo, alla ricerca di figure di riferimento da prendere a modello, di sardi autorevoli che ci hanno preceduto o nostri contemporanei che nel bene o nel male siano testimoni di una cultura “sarda” che esiste, che viene riconosciuta e possibilmente “esportata”, perchè solo essendo cultura dominante si potrà aprire la strada ad una economia trainata da un pensiero, quello sardo appunto, da un punto di vista dello stare al mondo, dalla capacità non solo di leggere il presente ma di avere una visione definita sul futuro e saperla esprimere attraverso l’Arte.
    Ecco, questo approccio appartiene al vecchio mondo, dove ci siamo anche noi, e dove abbiamo, nostro malgrado, radicato un modo di stare al mondo che comprende molte, anzi tutte, le liste elencate nei precedenti interventi.
    Caro Gianluca, temo che continuando a leggere in questo modo ciò che siamo, non ne usciremo.
    Mi viene in mente un esempio che forse potrebbe aiutarci a trovare il nodo che dovremo sciogliere per riprenderci il filo.
    L’esempio ha per tema la tecnologia digitale, la rete, le start up. Oggi la parola start up è sulla bocca di tutti ma, facendo il presuntuoso, sono convinto che forse solo (esagerando) il 10% delle persone che utilizzano questa parola sanno esattamente cosa si intende esattamente. Bene il 90% di noi è convinto che significhi iniziare un’attività, un’impresa, più precisamente la fase iniziale dell’impresa che, una volta avviata non sarà più considerata nella fase di start up ma azienda attiva a tutti gli effetti, che produce reddito e possibilmente crea posti di lavoro etc, e il suo titolare, proprietario o come vogliamo chiamarlo, potrà finalmente dire “abbiamo avuto un momento di start up molto denso, ricco di imprevisti che per fortuna abbiamo superato e ora siamo a tutti gli effetti sul mercato, abbiamo 10 dipendenti e posso ritenermi soddisfatto!”.
    Bene la start up in realtà non è questo. La start up è si un progetto di impresa, o meglio di business come piace agli americani (perché è là che è stato coniato il traine) ma chi la avvia lo fa per venderla. Le start up si avviano e si vendono in Silicon Valley, non restano a chi le ha ideate, non diventano della famiglia come facciamo noi. Questo banalissimo e, forse, sciocco esempio l’ho portato perché noi copiamo e importiamo qualunque cosa, ma in ritardo. E pretendiamo di impiantare concetti, modi, atteggiamenti e pensieri che non ci appartengono. Ci flagelliamo a volte perché questi non attecchiscono. Ci lasciamo convincere che se ha funzionato in quel luogo allora, con qualche piccolo accorgimento, dovrà “funzionare” (termine orribile, perdona) anche da noi. E nel frattempo il mondo va avanti. E noi inseguiamo, senza anima e senza un vero spirito comune, di comunità, senza spirito di appartenenza. La Silicon Valley può essere solo la Silicon Valley e può solo in quella baia dove è nata. E’ successo lì, con quei ragazzi, quasi sessant’anni fa. Non può essere impiantata o copiata da nessun’altra parte. Chi prova a farlo disperde energie, risorse e tempo.
    Io sono un sostenitore accanito del Genius Loci, credo che i luoghi siano chi li abita e chi li ama.
    Credo che il nostro futuro sarà trovare il nostro Genius Loci.

  18. Sono felice di aver stimolato cotanti contributi. Anche se a me piaceva approfondire l’idea del mio post che era quella dell’esigenza di una politica pubblica di sostegno alla produzione culturale, piuttosto che di sostegno solo alle forme musealizzate e ai grandi eventi. Per me la musica popolare ed etnica della sardegna non solo non appartiene alla musealità, ma fa parte della cultura per la quale si dovrebbe sostenere la produzione. Così come per me si dovrebbe finanziare la produzione culturale in lingua sarda e non il semplice utilizzare il sardo per veicolare altro. Il mio post è qui per cercare di dire (mi scuso per non esservi riuscito) che la spesa pubblica per la cultura deve privilegiare e finanziare la creazione di cultura autentica e lo scambio internazionale. Perché la cultura e l’arte se non dialogano all’esterno, se non sono incontro, se non sono universali, non sono. Mi spiego meglio. Per me spendere le risorse per la cultura a favore di spazi per i grandi eventi è l’esatto contrario del contribuire alla crescita culturale del territorio. Per me occuparsi di dare ai privati gli spazi pubblici dove fare cultura è il contrario di promuovere la cultura. Per me avere attenzione per il sistema museale e non per quello produttivo culturale, trattando da “privilegiati” e da “rendite di posizione” i professionisti del settore, è il contrario di quello che ci vorrebbe. Per me.

  19. pierluigi dessì says:

    Anche per me, caro Gianluca è come dici tu. E ho provato a dirlo, maldestramente e forse uscendo fuori tema, divagando un poco nel post precedente. L’argomento a mio avviso è abbastanza esteso e articolato che tocca molti aspetti dell’espressione umana, della produzione d’Arte e della sua rappresentazione ed esposizione. Condivido talmente il tuo punto di vista che per certi versi trovo lapalissiano doverlo ribadire. E’ ovvio che uno stato, per definirsi tale, uno stato moderno come dovrebbe essere il nostro, deve, dico DEVE, avere massima cura verso chi dedica la propria vita alla cultura e alla “produzione” d’Arte (produzione virgolettato perchè trovo l’espressione “produzione d’arte” indicibile, come “offerta politica”). Ma non divaghiamo, torniamo al punto.
    Hai presente il Teatro Civico di Castello? Ora è totalmente abbandonato.
    Le spese di restauro, le spese per gli arredi, ora abbandonati all’aperto, sono soldi delle nostre tasse versate, che sono stai presi utilizzati per recuperare uno spazio ora abbandonato a se stesso. Abbandonato perchè occorre, credo, sulla base delle leggi del nostro stato civile e moderno e democratico, indire un bando di gara del cavolo per valutare la migliore idea di gestione (e di business), il progetto con il miglior piano economico che garantirà la riapertura dello spazio, e che dovrà, inevitabilmente, prevedere la vendita di pizzette, o l’apertura di un sushi bar, di un ristorante che proponga come minimo cucina fusion e altre stupidaggini simili che sono il segno tangibili che anche Cagliari è una città contemporanea e alla moda (how!) per poter affiancare anche la famosa di cui sopra “offerta” e programmazione culturale, che da sola non potrebbe mai garantire il mantenimento operativo del Teatro. Perchè oggi, a Cagliari, in Sardegna, in Italia (salvo rarissime eccezioni) uno spazio di attività culturale, per sopravvivere, non solo “produrre” o “offrire” cultura, vende anche pizzette e sushi, (non so a te, ma a me le pizzette piacciono con capperi e acciughe come quelle che trovi da Ibba).
    Come se ne esce, caro Gianluca?

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