L’eterna differenza fra chi ce la farà e chi non ce la farà

I ricchi sono sempre più ricchi e i poveri saranno sempre più poveri. Anche la classe media scompare e non si tornerà indietro a breve.

Il solco enorme fra i ricchi e i poveri – come in fondo è sempre stato – sarà su chi ha accesso alle informazioni importanti e chi no.

Chi appartiene alle classi dominanti – e quindi all’accesso delle vere informazioni determinanti per il futuro – si occupa di trasferire alla prole queste chiavi di accesso, per perpetuare la dominanza. Niente di nuovo: è sempre stato così. la cultura è in mano a chi ha il potere. Dovunque e sempre.

C’è stato un breve periodo della storia umana – il novecento – dove l’idealità dell’umanesimo socialista e poi il comunismo – hanno cercato di invertire questa legge portando l’istruzione fino alle classi più disagiate. Studiare, per un povero, era cento volte più importante che per un ricco, come spiegò Gramsci. Ora quel tempo è finito.

Anche i finti eredi della grande tradizione della sinistra hanno abdicato all’idea che l’accesso alla cultura sia un diritto di tutti e si è tornati alla divisione di un tempo: gli aristocratici potenti e ricchi che istruiscono i figli nelle più prestigiose scuole e università, tutti gli altri che mandano i figli in inutili università di nessuna rilevanza formativa mondiale.

L’illusione della mobilità sociale in Italia è definitivamente tramontata. Lo strumento per eccellenza che hanno avuto nel novecento le classi sociali disagiate per emanciparsi, l’accesso alla cultura, è ormai definitivamente finito. Occorre prenderne atto.

La cultura pubblica non prevede, infatti, l’acquisizione per tutti della competenza fondamentale per entrare nel mondo lavorativo decisionale e produttivo reale: imparare l’inglese e una seconda lingua.

Solo i figli dei ricchi, dei potenti, possono oggi frequentare le scuole dalle quali escono i mastermind di domani. Solo i figli dei ricchi (o comunque dei benestanti) possono frequentare i corsi di inglese per tutta la durata della scuola dell’obbligo e possono fare esperienze internazionali prima della maggiore età. Solo i figli dei ricchi potranno domani cercare un impiego consono al livello della loro formazione curricolare.

Così, mentre nella pianura padana i figli degli imprenditori frequentavano le prestigiose scuole del Regno Unito e degli USA, o quelle bavaresi o francesi, la classe media e quella operaia venivano irretite facendogli credere che per i loro figli sarebbe stato fondamentale imparare il bergamasco o il dialetto del varesotto.

Per non parlare del sud d’Italia dove le folle di disoccupati non possono nemmeno andare a cercare il lavoro che saprebbero fare dove ce ne sarebbe, perché non sanno parlare le lingue straniere.

Perché oggi chi sa parlare una lingua straniera si salverà. Chi non la sa parlare no. Perché oggi il mondo è piccolo e le informazioni viaggiano in inglese, più che in ogni altra lingua.

Perché oggi in qualsiasi colloqui di lavoro ti viene chiesto quale lingua parli, e non parlano dell’inglese: parlano di una seconda lingua perché l’inglese viene dato per scontato.

L’Italia è ormai un luogo poco rilevante per la politica e l’economia internazionale. La Sardegna è poco rilevante in Italia perché abbiamo un PIL poco rilevante, perché abbiamo un milione e mezzo di abitanti e perché tra poco saremo meno di un milione.

Sarebbero i nostri figli, i nostri nipoti, ad avere più bisogno di tutti di una istruzione di livello internazionale per portare progetti per il futuro della nostra terra.

Invece questa trentennale devastazione culturale che ha devastato soprattutto la nostra terra ci porta a pensare che il mondo non stia aspettando altro che portarci investimenti e ricchezza o – peggio – che possiamo risalire la china rimanendo una società chiusa, facendo circolare idee e denaro solo fra di noi.

E intanto – anche in Sardegna – i figli dei ricchi escono dalla scuola con la padronanza di due lingue straniere e vanno a frequentare le migliori università del mondo.

Sia chiaro.

Gianluca Floris

 

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