Ma di che cosa parliamo quando parliamo di Arte e di Cultura? Un ragionamento.

In questi giorni si parla tanto della “cultura” e dell’ “arte”. Ma esattamente che cosa dobbiamo intendere quando parliamo di questi due termini? E in che maniera i due significati arrivano a coincidere?

Ho voluto iniziare a fare un ragionamento che spero possa servire di stimolo ad altri per approfondire.

Innanzitutto voglio capire cosa vuol dire “cultura” e cosa vuol dire “arte”.

La Treccani, nel suo sito, definisce “cultura” come:
«Complesso delle istituzioni sociali, politiche ed economiche, delle attività artistiche e scientifiche, delle manifestazioni spirituali e religiose che caratterizzano la vita di una determinata società in un dato momento storico.»

Questo ci spiega come la cultura sia l’insieme dei segni, dei codici e dei comportamenti che testimoniano e definiscono il vivere assieme degli esseri umani. La cultura è quindi la testimonianza della vita associata degli uomini.

Innanzitutto soffermiamoci come la definizione che l’enciclopedia Treccani dà di “cultura”, non è di tipo attributivo o valoriale. Nel senso che nella definizione Treccani non entrano elementi di giudizio su cosa non abbia valore culturale e cosa sì. In base a questa definizione tutte le manifestazioni del nostro vivere associato concorrono alla identificazione della nostra “cultura” presente.

Nel nostro tempo recente hanno concorso alla definizione scientifica di cultura italiana degli anni settanta tanto “Giovannona Coscialunga” che “Medea” di Pasolini, per dire. Così come nel passato, poniamo nell’antica Roma, sono testimonianze ed espressioni della cultura del tempo tanto le elegìe di Properzio quanto le scritte oscene sui muri di Pompei.

Detto questo, passiamo ad analizzare punto per punto la definizione che la Treccani dà della voce “Cultura”.

Istituzioni sociali, politiche ed economiche” fanno parte della cultura. Vuol dire che è testimonianza della nostra cultura anche il come ci associamo, come governiamo il nostro presente. Vuol dire che la maniera con la quale tuteliamo – poniamo – i lavoratori, i diversamente abili o i poveri (o come, nel caso, non li tuteliamo) è parte della nostra cultura.
Ecco che il ruolo “culturale” della scuola e delle Università è quello di studiare, analizzare e trasmettere le strutture delle dette “istituzioni politiche e sociali”. Ecco perché le scuole e le Università sono “presìdi fondamentali” della cultura.

Nella stessa maniera “le attività scientifiche” fanno parte della cultura, fanno parte e concorrono a formare e descrivere la nostra cultura, la cultura del tempo che abitiamo. Lo sguardo dell’uomo verso la radice del suo essere e verso l’essenza dell’universo nel quale ci muoviamo condiziona tutti gli elementi della cultura del tempo e, allo stesso modo, ne è condizionato a sua volta.
Per esempio pensiamo alla teoria della relatività, allo sviluppo della psicanalisi, all’opera di Svevo o di Pirandello. Quanto ognuna di queste cose è stata influenzate dalle altre? Quanto questi tre elementi sono stati influenzati l’uno dall’altro o quanto uno di loro è stato scatenante degli altri? La scienza è uno degli elementi notevoli della cultura del proprio tempo.
Anche in questo caso hanno rilevanza “culturale” tutte le occasioni di studio, di analisi e di trasmissione della conoscenza delle “attività scientifiche dell’uomo” e quindi (ripetere giova) la scuola e l’università sono appieno strumenti della diffusione del patrimonio della “Cultura”.

Le manifestazioni spirituali e religiose” sono integralmente parte della cultura nella quale ci muoviamo. La storia dell’Uomo ha sempre manifestato con la religione un atteggiamento nei confronti del mistero della natura e della vita stessa. Quindi la maniera stessa con la quale questa necessità naturale dell’uomo si manifesta è parte integrante della cultura del tempo e del luogo. Sia con la sua affermazione (stati confessionali) sia con la sua negazione (Rivoluzione Francese o stati comunisti del novecento)

Il complesso delle attività artistiche“. Questo rappresenta il cuore del concetto di “cultura” come oggi lo intendiamo. È qui che il termine “cultura” ha mutato di significato diventando spesso un giudizio di valore o di disvalore. “Questo è cultura” e “questo non è cultura” sono delle frasi che spesso si sentono dire in merito a manifestazioni dell’ingegno più o meno artistico. Le attività artistiche dell’uomo sono espressione autentica della sua mente e delle sue capacità creative. Eppure “il complesso delle attività artistiche” descrive la maniera che ha l’uomo del suo tempo di sentire e di leggere la sua contemporaneità. “Il complesso delle attività artistiche” racconta di come gli artisti “sentono” il mondo nel quale vivono: come lo accolgono, come lo leggono, o come lo rifiutano.
Nel “complesso delle attività artistiche” c’è il riassunto, la summa, il compendio, il paradigma della cultura del tempo di riferimento. Attraverso la lettura delle opere d’arte c’è tutto il complesso delle componenti della cultura di quel tempo.
Nella produzione artistica di un determinato periodo c’è tutta la descrizione delle istituzioni sociali, politiche ed economiche e della spiritualità e del misticismo prevalente in quel tempo. Sia per descrizione che per negazione, beninteso. Musica, pittura, scultura, poesia, letteratura, cinema e arti grafiche danno la cifra e la descrizione del loro tempo.

Volevo arrivare proprio qua: l’arte che descrive il mondo; che lo legge e che lo filtra attraverso la mente umana. Ci sono miliardi di definizioni dell’ “Arte” e in ciascuna possiamo trovare una parte del tutto. Ma di sicuro quello che meglio descrive l’arte è la capacità di riassumere la cultura del proprio tempo. Non un singolo artista, non una singola opera, non una singola arte, ma certamente il complesso delle manifestazioni artistiche di un dato periodo storico hanno questa capacità “descrittiva” della cultura del proprio tempo.

Un tempo era “Arte” una cosa “ordinata a proprio fine” ovvero una cosa realizzata secondo “la norma”, ovvero con “metodo” o “maestria”.
Ma oggi sono successe tante cose e il concetto di “arte” è mutato in altre direzioni.
L’arte è (oggi) espressione creativa della mente umana realizzata tramite la tecnica. Artista è colui che la fa.
Ma quello che non potrà mai mutare, del termine “Arte”, è la sua etimologia.

Arte deriva da due termini del sanscrito che significano sia “muovere” che “suscitare” e questa sua radice rimane ancora oggi estremamente valida. Muovere e suscitare (nel fruitore) sensazioni, ragionamenti, intuizioni, ecc. è ancora il ruolo dell’arte e degli artisti.

Mi viene in mente una scritta sul frontone del Teatro Massimo di Palermo: “L’Arte rinnova i popoli e ne rivela la vita. Vano delle scene il diletto ove non miri a preparar l’avvenire“.
L’arte ha la capacità di rivelare la vera vita di un popolo, di una comunità, di una cultura. Ed ha quindi la capacità di rinnovare i popoli attraverso la sua fruzione, attraverso l’educazione che la sua frequentazione costante favorisce.

L’arte contribuisce a creare cittadini migliori e più responsabili.
Ma un divertimento che non “miri a preparar l’avvenire”, che non sia intriso di consapevolezza storica, sociale e civile, rende l’arte “vana”, appunto, e quindi priva della sua più nobile funzione: “Rivelare la vita dei popoli e rinnovarne la vita”.

L’arte è quindi il paradigma di tutte le espressioni della Cultura del proprio tempo e svolge anche la funzione di “educatore permanente” di un popolo, dei cittadini. Il cittadino abituato a fruire di manifestazioni artistiche ha più strumenti per decodificare situazioni complesse, siano esse sia pratiche che etiche o morali. Educazione a vedere punti di vista diversi dal proprio, a dedurre significati da messaggi complessi o contraddittori, ad eseguire uno sforzo di decodifica di linguaggi e segni organizzati in maniera inusuale. Fruire l’arte è avere la capacità di vivere altre vite, di osservare e di ascoltare l’altro.

In una parola fruire l’arte rende il fruitore stesso più adatto a vivere il suo tempo, ad essere più consapevole di sé stessi come persone e come collettività, a effettuare le scelte migliori.
Questo ruolo che gioca l’arte nella crescita consapevole delle persone, acquista una rilevanza particolare in una società democratica, dove sono i cittadini tutti ad avere la responsabilità del governo, attraverso il voto.

La cultura tutta e quindi specialmente l’arte, nella moderna società democratica, diventa addirittura un presidio fondamentale per la collettività.
Fornire a tutti – a prescindere dal censo – gli strumenti per fruire la cultura tutta e l’arte in particolare, diventa una missione fondamentale della amministrazione della Cosa Pubblica.

Leggere un quadro, andare ad assistere a un concerto, ad un balletto o a un’opera teatrale, saper fruire di una poesia, di un romanzo, di un film, di un fumetto, di un monumento o di qualsiasi altra espressione artistica, diventa una “competenza fondamentale” per il futuro nostro, dei nostri figli e dei nostri nipoti. Uno strumento per saper navigare fra le diversità e le molteplicità di qualsiasi futura contemporaneità.

In passato queste competenze per la fruizione dell’arte sono sempre state proprie delle classi dominanti. Per poter avere l’intelligenza necessaria per leggere il presente, era necessaria una istruzione di livello che stimolasse l’intelligenza e la crescita consapevole.

Non esiste una espressione artistica che nasca elitaria. Esiste invece una elitaria distribuzione degli strumenti di comprensione di quell’arte. L’arte nasce dall’uomo e può essere compresa da ogni altro uomo. Basta fornirgli gli strumenti. Gli stessi strumenti per ognuno.

Quindi (eccoci alla prima conclusione che mi sento di fare) “operare in favore della cultura” significa oggi soprattutto diffondere arte e abitudine alla sua fruizione. Portare alla sua fruizione le classi sociali che ne vengono escluse, rendere la fruizione artistica “quotidiana” per farla uscire dalla logica reazionaria dell’ “evento”.

Per ottenere questo risultato, o almeno per iniziare a camminare verso questa direzione, bisogna iniziare a agevolare la fruizione dell’arte. Occorre che i teatri, le biblioteche, gli atelier dei pittori, i laboratori, gli scrittori e tutte le altre figure di creatori d’arte vengano agevolati e coordinati dalla Pubblica Amministrazione per diffondere la loro “produzione” artistica nelle scuole, nei quartieri, nelle carceri.

Occorre fare in modo che andare a vedere una collezione d’arte o andare a teatro non sia più considerato “un evento” per le scuole, ma che sia una abitudine almeno mensile (se non di più). Occorre che anche chi ha problemi economici e è travolto dalla crisi, abbia la possibilità di frequentare teatri e musei.

L’Arte, oggi, è un “diritto” e non può essere considerata un “privilegio” per chi ha avuto la possibilità di una formazione personale di livello adeguato, per chi ha gli strumenti di decodifica dei linguaggi.

E per diffondere la fruizione dell’Arte a tutti è necessario agevolarne la sua creazione e la sua produzione. Occorre che ogni espressione artistica abbia, sul territorio, tutti gli strumenti adatti per agevolare la creazione. Dagli spazi necessari, ai luoghi, ai servizi.

Senza questa tensione etica e politica di dover portare a tutti l’arte, senza la coscienza che l’arte deve essere un diritto imprescindibile per tutti i cittadini, qualsiasi azione amministrativa nel settore cultura sarà incompleta.

Quindi un primo passo che dobbiamo fare, sul nostro territorio, è quello di mettere in condizione tutti di fruire dell’arte, e dobbiamo accogliere e agevolare l’azione degli artisti creatori nel nostro territorio.

Questa una urgenza politica nell’azione per la cultura.

Fare del nostro territorio un luogo dove agire l’arte è facile ed è importante. Fare del nostro popolo un popolo per il quale fruire l’arte e la cultura sia un gesto normale e quotidiano. Fare in modo che anche i nostri figli considerino come una delle prospettive normali della vita quella di poter fare l’artista o di poter imparare uno dei mestieri dell’arte e della cultura.

Gianluca Floris

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