E se iniziassimo a ricostruire l’Italia proprio dai teatri d’Opera?

Perché la rinascita italiana potrebbe iniziare proprio dai Teatri d’Opera.

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Leggendo “L’Italia spezza il cuore“, l’articolo di Frank Bruni per il NYTimes, l’indignazione e la rabbia montano all’interno del cuore di chiunque appartenga, per cultura prima che per nascita o per affetti, all’Italia. Io sono italiano per nascita, formazione e professione. Quindi mi sta a cuore il futuro della nazione dei miei padri, e dei miei molti nipoti.

“L’Italia si adagia nulla sua fenomenale ricchezza e non ci investe sopra”. Una frase che fa male. E fa male specialmente a chi di mestiere – come me – fa l’artista d’Opera e canta e fa regie anche fuori dai confini nazionali. E ci rendiamo tristemente conto di come ovunque si vada, i teatri d’opera siano pieni di persone che vanno ad assistere a spettacoli nati in Italia, cantati in Italiano e interpretati da artisti italiani. Ma ci rendiamo anche conto di come, proprio in Italia, tutto il nostro comparto sia da anni disprezzato e martoriato dalle scelte politiche spesso bi-partizan. Sembra assurdo agli occhi di qualsiasi straniero e infatti sembra assurdo anche a Frank Bruni.

“L’Italia si adagia nulla sua fenomenale ricchezza e non ci investe sopra”.
E ci rendiamo conto, noi artisti lirici, di come nessuno fuori dall’Italia conosca le veline o la Clerici de “La prova del cuoco”, o Giovanni Floris o Fabio Fazio. Ma a Tokyo come a New York o a San Francisco o a Buenos Aires o a Sao Paulo, o a Vienna o a Londra o a Zurigo, migliaia e migliaia di persone conoscono direttori come (solo degli esempi) Riccardo Muti, Evelino Pidò, Michele Mariotti, Renato Palumbo, Nicola Luisotti, Riccardo Chailly, ecc. ; conoscono registi come (sempre solo pochi esempi) Davide Livermore o Pierfrancesco Maestrini o Gabriele Lavia o Franco Zeffirelli ecc.; conoscono cantanti come Michele Pertusi, Francesco Demuro, Marco Vratogna, Luca Salsi, Enrico Iori, Sonia Ganassi, Alberto Gazale, Roberto De Candia, Paolo Bordogna, Paoletta Marroccu, Alberto Mastromarino, Pietro Spagnoli, Alfonso Antoniozzi e tantissimi altri che calcano ogni giorno i palcoscenici di tutto il mondo. (Vi prego colleghi miei, non crocifiggetemi: non posso davvero citare tutti, ho messo solo alcuni nomi)

Tutte queste persone, che sono tantissime, sono oggi i veri ambasciatori della cultura italiana. Sono le persone che diffondono e mantengono vivo il fascino della cultura italiana e che contribuiscono a far conoscere una parte importante del nostro patrimonio in tutto il mondo. Se in qualsiasi film non italiano si deve fare una citazione dell’Italia, ad esempio, state pur tranquilli che ci sarà un brano d’opera in sottofondo, assieme magari a un bicchiere di vino rosso o ad un vestito firmato da un nostro stilista. Perché l’italia è anche un’impressione culturale che viaggia in tutto il mondo, e l’Opera ne è parte fondamentale. Ed è in nome di questo straordinario appeal che i nostri artisti girano il mondo per portare questa testimonianza col loro lavoro.

“L’Italia si adagia nulla sua fenomenale ricchezza e non ci investe sopra” dice Bruni. E noi operatori del settore sappiamo bene di cosa sta parlando. Sta parlando del fatto che l’Opera (come qualsiasi altra parte del nostro patrimonio culturale) potrebbe essere uno straordinario volano di indotto per la nazione tutta, sia come ricchezza di esportazione che come fenomenale attrattore turistico e di investimenti, oltreché come occasione di occupazione e di formazione professionale e artistica per le generazioni future.

“L’Italia si adagia nulla sua fenomenale ricchezza e non ci investe sopra”, e questo è un vero delitto soprattutto nel bel mezzo di questa crisi atroce. Quando un’azienda va male, per risalire la china non c’è alternativa a quella di investire sulle risorse che maggiormente possono fruttare. E se paragoniamo l’Italia ad una impresa familiare, certamente dobbiamo puntare a valorizzare il più possibile quelle che potrebbero diventare le nostre più grandi risorse future. I siti archeologici, i musei, le collezioni d’arte, le nostre città, le nostre coste, i paesaggi rurali, la nostra montagna… e certamente l’Opera Lirica.

Ma allora, visto che il teatro “rappresenta” la vita, e visto che la nostra vita reale abbisogna di una rinascita, perché non iniziare proprio dal Teatro d’Opera, quello che gode di enorme appeal internazionale, a ricostruire il primo mattone dell’Italia che verrà? Sarebbe d’un tratto esempio virtuoso per tutti gli altri comparti dell’economia nazionale che non attendono altro che venire rivitalizzati, e una prima fattiva ri-costruzione di risorsa economica e sociale tangibile e evidente.

Nell’opera, infatti, insistono anche altre eccellenze italiane famose nel mondo: penso agli artigiani che in ogni allestimento devono per forza venire impegnati a vario titolo (modisti, tagliatori, sarti, gioiellieri, pittori, falegnami, ecc). Si tratta di aziende e di prestatori d’opera che ancora il mondo – come si suol dire – “ci invidia” e che potrebbero agevolmente rappresentare ancora un enorme veicolo di promozione di tutto il “marchio Italia” nel mondo.

Per questo l’Opera è tutelata dallo Stato Italiano con i finanziamenti del Fondo per lo Spettacolo: perché rappresenta una delle parti più importanti del nostro intero patrimonio culturale. Al pari degli Uffizi, della Valle dei templi o di Pompei.

E allora – ripeto – perché non iniziare proprio da qui? Da una nuova politica di gestione dei nostri teatri che sia finalmente slegata dalle appartenenze politiche, e lasciata in mano a chi il teatro lo conosce e lo ama? nPerché non vi è pregiudizio più sbagliato che quello che vuole che noi artisti e lavoratori dell’Opera siamo dei privilegiati succhiatori di denaro pubblico e cansafatiche.

È vero il contrario. Chi vive di teatro, e di teatro d’Opera in particolare, sa benissimo come si dovrebbe lavorare senza sprecare un centesimo e massimizzando le potenzialità produttive. Coloro che hanno sbancato negli anni le casse dei teatri rendendoli moribondi, infatti, sono i manager che la politica ha voluto imporre. Personaggi quasi sempre provenienti da settori esterni al teatro d’Opera, paracadutati a gestire queste fabbriche di cultura solo perché “toccava a loro” in quel momento. Non era libera la presidenza di una municipalizzata, o di una Autorità d’Ambito, e allora si è trovata una collocazione in una Fondazione Lirica in uno dei ruoli apicali.

Quindi potremmo invece iniziare proprio dal teatro d’Opera, che grande richiamo ha in tutto il mondo, a ricostruire questa nostra nazione e a farne finalmente uno stato europeo e civile. Perché quello che notava Frank Bruni nel suo articolo sul New York Times che ho citato in apertura, era il fatto che il peggior guaio dell’Italia di oggi sia proprio la sfiducia che attanaglia tutti noi. Questo senso di passiva rassegnazione davanti allo scivolare della nazione verso l’abisso che si è impossessato di noi italiani.

Ma è proprio il ruolo del teatro in generale quello di scuotere le coscienze dei cittadini. Il teatro è sempre rivoluzionario e politico proprio perché è sempre educativo per i cittadini, è sempre catarsi di un popolo che si vede rappresentato su un palcoscenico. Perché si parla sempre di rappresentare la nostra vita anche quando si mette in scena un’Aida o un Elisir d’Amore. Perché la messa in scena è sempre fatta di pezzi di realtà e di visione del nostro mondo, attraverso la messa in scena anche di una storia dei tempi antichi.

È vero che l’opera è uno spettacolo molto costoso, perché richiede la compartecipazione di centinaia di persone per una messa in scena e perché la macchina scenica in sé è grande è complicata da gestire e da far funzionare. Cionondimeno i teatri che meglio funzionano restituiscono alla collettività – con l’indotto – i soldi pubblici che utilizzano. Senza scomodare gli studi della fondazione Ambrosetti o dell’Università di Urbino (sul Rossini Opera Festival), potete farvi una gita a Salisburgo o a Verona, o nei dintorni del Covend Garden o dello Staats Oper di Vienna. Se tenete gli occhi aperti, ve ne accorgerete da soli. Ancora oggi l’Opera è uno straordinario attrattore di risorse anche economiche, oltreché intellettuali e creative.

E allora perché – davvero – non ricominciare proprio da qui e provare a ricostruire tutto il nostro comparto? Potrebbe essere un bell’esempio per tutti, una bella iniezione di fiducia per tutta la nazione e un bel segnale per la comunità internazionale. Per farlo basta poco, basta restituire i teatri ai poteri forti ai quali è sempre appartenuto: i cittadini e i teatranti. Perché se i teatri vivono coi soldi pubblici, è alla collettività che devono servire, nel senso più alto e nobile del verbo.
Gianluca Floris

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One Response to E se iniziassimo a ricostruire l’Italia proprio dai teatri d’Opera?

  1. Francesco Zito says:

    Absolutely right!!!

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