Ecco spiegato il perché le Opera House più importanti al mondo non sono più in Italia. O quasi.

LucianoConti

La Scala di Milano è un grande riferimento per il teatro d’Opera in tutto il mondo ancora oggi, cosi come lo sono altre nostre prestigiose istituzioni operistiche, ma purtroppo il panorama nazionale dei nostri teatri d’opera vive un momento storico davvero drammatico, per via delle pluriennali difficoltà economiche in cui ha versato tutto il comparto, ridotto oramai quasi allo stremo.

Allo stesso modo è da dire (perché è vero) che tante Opera House italiane e molti festival ospitano spesso grandissime produzioni con grandissimi interpreti e nei loro cartelloni si possono ammirare operazioni coraggiose e di grande significato e valenza culturale. I teatri d’opera italiana sono ancora – a mio modesto parere – un esempio nel mondo di come uno spettacolo di alto livello possa nascere solo dove, oltre alla sapienza artistica, scenica, vocale e musicale, possa operare anche la sapienza artigianale e tecnica dei nostri artigiani, dei nostri design, dei nostri tecnici, dei nostri responsabili macchinisti, trucco e parrucco e attrezzeria. Il luogo al mondo con il più alto livello di queste specializzazioni è ancora – e nonostante tutto – l’Italia, il paese dell’Opera.

Rimane però il triste fatto che i più grandi artisti di caratura mondiale oggi non abbiano più nelle Opera House italiane il simbolico “punto d’arrivo” della carriera, e teatri di altre nazioni abbiano preso quel posto (Berlino, Parigi, Bruxelles, Londra, Monaco, Lione, New York, Seattle, Oslo, Copenhagen, Buenos Aires, Sao Paulo, Pechino, Shanghai, Canton, Tokyo, Osaka, Seoul, ecc.)

Come è potuto succedere che in pochi anni l’Italia abbia perso il suo appeal nel mondo dell’Opera Lirica? Una risposta superficiale potrebbe essere quella che oramai moltissime istituzioni liriche italiane fanno fatica a pagare a malapena gli artisti e i fornitori e che quindi un grande artista in carriera preferisca pianificare i suoi impegni in teatri che hanno meno problemi economici. In parte è vero ma non sarebbe una risposta esaustiva.

“L’egemonia culturale appartiene a chi ha l’egemonia economica”

La verità è che i teatri d’opera vivono e vegetano in ottima salute nelle città che sono un faro economico, di innovazione e quindi di rilevanza politica, un punto d riferimento culturale. È sempre stato così e continuerà ad essere così. L’attività di un teatro d’opera coinvolge una parte sempre molto importante del tessuto lavorativo e di innovazione del territorio sul quale insiste. Per questo in Italia i più grandi teatri dell’Opera sono sorti nelle città di riferimento economico e politico delle varie epoche (Roma, Milano, Palermo, Napoli, Trieste, Venezia, fra i più blasonati).

Possiamo dire che i teatri dell’Opera sono uno degli indicatori che ci suggeriscono il livello di importanza di quella data città, di quel dato territorio. La presenza di un importante Teatro dell’Opera è indicatore del fatto che quella data città è un riferimento culturale. Se il Teatro di quella data città è un riferimento mondiale è perché è quella città ad essere un riferimento culturale mondiale.

“L’egemonia culturale appartiene a chi ha l’egemonia economica”

Nelle nuove città cinesi si costruiscono teatri dell’opera ad ogni pié sospinto e tra le compagini italiane ce n’è sempre qualcuna in trasferta nell’area Asia-Pacifico in ogni periodo dell’anno. Alla decadenza della Argentina ha corrisposto il periodo più buio del suo teatro Colòn, e quando si è risollevata lo stesso teatro è tornato ad essere una istituzione di maggiore rilevanza internazionale. Per non parlare del Teatro di San Paolo del Brasile che recentemente è diventato uno più vivaci teatri della scena mondiale, che attrae artisti fra i più acclamati della scena internazionale.

Ecco perché in Norvegia, con la crescita economica dovuta al petrolio, la Norske Opera di Oslo è diventata uno dei teatri di livello internazionale. Ecco perché il Metropolitan di New York, nonostante da sempre sia una delle strutture più attente al contenimento dei costi (dai cachet alle spese per gli allestimenti) continua ad essere un riferimento mondiale: perché insiste nella città dove ancora oggi ci sono la più importante borsa valori del mondo e dove c’è Wall Street, il distretto economico finanziario che ancora oggi decide le tendenze della finanza planetaria e di tutte altre borse. Ecco perché a Londra e Berlino ci sono ancora una quantità impressionante di Teatri d’Opera fra i più importanti del mondo. Ecco perché ci sono teatri d’Opera a Baku, a Tbilisi, a Astana, a Pechino, a Shanghai, a Canton, a Seoul e cento altri ne stanno sorgendo in altri luoghi.

“L’egemonia culturale appartiene a chi ha l’egemonia economica”

Una nazione e una città sono importanti e hanno tanto più rilevanza mondiale, quanto più riescono a diventare un luogo di opportunità, una destinazione per persone che intendono costruirsi un futuro, quanto più riescono quindi a valorizzare le risorse presenti e quelle che riescono ad attrarre dall’estero, quanto più attraggono idee ed energie.

Il Teatro d’Opera è un po’ il riassunto delle energie di un territorio e di come quella comunità le sa organizzare e valorizzare. Non è un caso che dovunque al mondo i teatri d’opera sorgano nei quartieri centrali delle città: perché del centro economico e direzionale di una città il teatro d’opera è sempre stato il suggello. Il teatro d’opera è il luogo dove si attrae ogni ceto sociale e dove le relazioni possono creare occasioni e opportunità.

“L’egemonia culturale appartiene a chi ha l’egemonia economica”

Ecco, io credo che l’Italia in questi ultimi vent’anni, abbia attraversato un periodo di marginalità economica (e quindi politica) , e che questo si sia riflesso (come sempre accade) anche nella importanza dei suoi teatri d’opera. Il persistente atteggiamento miope degli italiani verso tutto il comparto culturale, ha decretato il crollo delle nostre fabbriche di creatività. Perché i teatri dell’opera sono i luoghi dove nascono i nuovi scenografi, i nuovi costumisti, i tecnici, gli artigiani che ruotano attorno allo spettacolo dalla messa in scena più costosa del mondo. Ma una nazione in caduta verticale dal punto di vista sociale, politico ed economico, crolla proprio dimostrando di non riuscire a valorizzare le sue risorse, i suoi beni più preziosi e spendibili dovunque.

Ecco come è successo che un giovane cantante o musicista non guardi più facilmente all’Italia oggi come terra di opportunità per il suo futuro. Ecco che (solo in Italia) fino ad ora i teatri hanno programmato di sei mesi in sei mesi la attività artistica mentre tutto il resto delle Opera House del mondo pianifica cinque anni di attività futura, levandoci appeal e competitività. Ecco che in Italia i teatri hanno fatto fronte alla crisi cercando di utilizzare i soldi per le masse stabili ma postponendo di anni i pagamenti di artisti e fornitori. Ecco che questi artisti e questi fornitori cercano e accettano contratti in altri luoghi dalle gestioni più “normali” ed ecco che i nostri teatri si svuotano dei nomi più prestigiosi ed ecco che i riferimenti culturali del settore che rappresenta il patrimonio italiano più conosciuto nel mondo, sono diventate le Opera House di altri paesi, che non sono l’Italia.

“L’egemonia culturale appartiene a chi ha l’egemonia economica”

Ecco che iniziare a ricostruire e a sostenere questo patrimonio italiano così importante, diventerà indicatore della volontà e della capacità di ricostruire e di sostenere tutto il nostro paese. Le due cose si danno sostegno a vicenda, ma di sicuro, senza una paese che torna a dialogare con il mondo non sarà possibile avere delle Opera House di rilievo mondiale.

La cosa più straordinaria è che tutti coloro che hanno vissuto di teatro: dai cantanti ai musicisti, dagli attrezzisti ai macchinisti, dai truccatori ai maestri di palcoscenico, sarebbero tutti pronti a dare il proprio contributo per vedere una rinascita dell’Opera. E sarebbe un bellissimo segnale di orgoglio del nostro Paese che finalmente dimostrerebbe di essere capace di valorizzare i suoi gioielli. Un segnale verso noi cittadini, ma anche e soprattutto verso il mondo intero.

Tutto il mondo conosce ancora oggi il nome di Pavarotti, anche se non è più con noi, ma nessuno fuori dall’Italia sa chi sia Carlo Conti, per dire (non me ne voglia il bravo presentatore) . Il giorno che l’Italia dimostrerà di saper spendere per il suo patrimonio culturale apprezzato nel mondo più di quello che spende per l’intrattenimento televisivo “intra moenia”, sarà un segnale bellissimo per tutti noi, per i nostri figli, per tutto il mondo. “L’Italia si sta risollevando” si potrà affermare.

Non stiamo aspettando altro, non stanno aspettando altro.

Gianluca Floris

P.S.

O Carlo Conti, non te la prendere davvero per il mio paragone. Facevo, come avrai capito, un discorso generale di risorse impiegate e di politiche da cambiare. Tu sei davvero bravissimo in quello che fai, ça va sans dire, evitami la querela che di questo periodo “l’acqua è poca e la papera non galleggia”. Aiutaci semmai a diffondere questi ragionamenti che ne abbiamo tutti bisogno di dibattere questi problemi, di parlare del futuro dei nostri figli.

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