Come vedere un film.

Tazzadité

Quello che purtroppo ci condiziona maggiormente quando andiamo a vedere un film è “l’aspettativa”. Nel bene o nel male, quando decidiamo di andare a vedere un film al cinema, o (orrore) quando lo “subiamo” in TV, siamo sempre troppo carichi di aspettative. C’è chi va a vederlo aspettandosi un qualcosa di preciso, c’è chi ci va con l’intento di vedere quali falle ci saranno nell’opera di quel regista che trova – per mille motivi – insopportabile, ci sono quelli che, all’opposto, ci vanno perché gli piace “a priori” l’opera di quell’autore, ecc.

Non tutti sono attrezzati per analizzare tutti gli aspetti di un film. E non tutti i film sono strutturati in modo da farsi apprezzare “scomponendo” tutte le parti per apprezzarne la complessità della struttura. La maggior parte del pubblico non è attrezzato (e quindi non cerca) film di particolare complessità.

L’effetto è che sentiamo spesso frasi come “mi è piaciuto” o “non mi è piaciuto”, senza un corollario preciso nell’analisi delle motivazioni che hanno comportato l’emissione di tale giudizio. Quasi che la funzione di un film sia necessariamente quella di dover “piacere”.

Non è così. Ci sono capolavori come “Freaks” di Browning, “Faust” di Sokurov o altri, che sono stati concepiti proprio per essere repellenti, per provocare schifo o angoscia. Ci sono film, come i capolavori di Greenway, di Bergman o di Antonioni, che non sono certo concepiti per “piacere”.

Così come esistono film nati e costruiti solo per “piacere” al pubblico: facili da fruire, dai messaggi elementari e poco articolati; film adatti allo svago, e non a far pensare. Ma tutti i film, proprio tutti, sono  sempre concepiti e realizzati per raccontare con le immagini. Un film, ricordiamolo sempre, è innanzitutto immagine.

Diceva Kubrick: “Un buon film dovrebbe comprendersi anche senza audio”. Voleva sicuramente dire che la narrazione di un film avviene attraverso le immagini, e che non necessariamente il suo valore è dato dalla comprensibilità e della linearità della trama.

Non a caso sfido chiunque a spiegarmi razionalmente la fine di “2001 Odissea nello spazio”. In quel caso il film capolavoro ha una narrazione prettamente “estetica” e non narrativa in senso tradizionale. La storia inizia in maniera “classica” ma finisce senza chiudersi, come il fiume Okavango che non arriva mai al mare perché si disperde in migliaia di rivoli e laghetti.

Dobbiamo sempre considerare il film come una millefoglie della quale è un peccato gustare solo la crosta esterna: prima di tutto ne si gode la storia. È il primo elemento che ci attira e vogliamo che ci piaccia, o che ci coinvolga. Contestualmente alla storia leggiamo poi la recitazione. I protagonisti coi quali ci immedesimiamo li vogliamo credibili, quindi la recitazione è elemento fondamentale.

Solo pochi sono in grado di apprezzare scientemente altri elementi più tecnici come i dialoghi, la fotografia, la scenografia, i costumi, i movimenti macchina, la scelta delle inquadrature, ecc.

Ci sono dei film nati per fermarsi alla storia coinvolgente e, al massimo, alla recitazione di buona fattura, e ci sono dei film strutturati diversamente: dove magari le componenti fotografiche, delle inquadrature e delle scene e costumi, sono importanti quanto e più della storia stessa o della recitazione.

Ci sono dei film dove uno solo di questi elementi è predominante, altri dove il tripudio è in ognuno di essi.

Come quindi vedere un film:

1 – Vederlo al cinema. I film sono fatti per essere visti sul grande schermo in una sala. Non è la stessa cosa vederlo a casa, anche se si possiede l’impianto più avanzato. Al cinema, se devi andare al bagno o se ti arriva una chiamata, ti perdi un pezzo di storia e quindi non lo fai. Sei “costretto” a vedere il film con la scansione temporale decisa dall’autore.

2 – Nessuna aspettativa e nessun pre-giudizio. Per guardare un film, si dovrebbe avere lo stesso atteggiamento descritto dalla storiella zen che ho inserito alla testa di questo post. bisogna arrivare “con la tazza vuota” per avere la possibilità di fruirne correttamente. Se guardate il film con il segreto intento di dimostrare perché il regista è uno stronzo o (è uguale) con l’intento di osannarlo, avrete la “tazza piena” e del film non vi arriverà nulla. Peggio ancora è l’andare al cinema con l’astio verso tutto il cotè intellettuale che fa pendant al titolo e al suo autore e quindi con l’ansia di giustificare l’odio che si prova verso l’ambiente al quale il regista fa parte.  Sono tutti atteggiamenti da “tazza piena” che vi impediscono di “ricevere” un film.

3 – Non paragonare il libro al film. Il libro è una cosa, il film un’altra. Diversi linguaggi e diverse modalità di fruizione. Fruite di un film in quanto film, non in quanto storia che avete letto nel libro.

4 – Prestate attenzione alle inquadrature. Un regista decide fotogramma per fotogramma come inquadrare un soggetto o un panorama (campi lunghi, primi piani, piani americani, grandangoli, dall’alto, dal basso, in movimento, fermo, ecc).

5 – Prestate attenzione alla fotografia. I colori dominanti, come viene trattata la luce (diffusa, diretta, calda, fredda, colorata, reale o irreale, ecc) e di come queste scelte incidono sulla narrazione filmica.

6 – Fare attenzione allo stile del racconto. Si possono raccontare storie squallide con immagini di grandissima qualità e delicata poesia e, viceversa, si possono raccontare storie bellissime con uno stile grezzo e volgare. Sono tutte scelte che il regista fa in maniera consapevole e fanno parte del significato. Prestiamoci attenzione

7 – Non avere ansia di giudicare. Non mettetevi il problema di dover dire “mi è piaciuto” o “non mi è piaciuto”. Chiedetevi solo che cosa vi è arrivato del film e di quello che il regista voleva comunicare con l’opera.

8 – Chiedetevi se c’è una “morale”. C’è sempre una “tesi” o una “morale” in ogni film e il gioco è quello di cercare di scoprirla. La possiamo condividere o no, possiamo anche scoprire che non ce n’è (raro) e quindi possiamo concludere che l’autore “non prende posizione” in merito alla sua storia, e anche questa è, n ultima analisi, una “tesi” d’autore. Ma chiedetevelo sempre, dopo che avete visto un film.

Ma soprattutto rendetevi SEMPRE conto che il fatto che a voi il film non abbia coinvolto o che non lo riusciate ad apprezzare, non è una considerazione oggettiva. C’è gente che ha pianto guardando dei film che non mi hanno mosso un pelo e, viceversa, film che mi hanno fatto piangere e che ad altre persone non hanno detto nulla. Il fatto che non vi piaccia un film non vuol dire che non possa essere un capolavoro nella storia del cinema.

A me, ad esempio, I Promessi Sposi non piace, ma ne riconosco la grandiosità della struttura e la sua fondamentale importanza nella crescita della letteratura nazionale. Ne apprezzo gli slanci poetici, la vividità delle descrizioni e la ricostruzione dell’ambientazione. Ma mi annoia profondamente e non mi viene voglia di rileggerlo. E il mio giudizio sui Promessi Sposi non inficia minimamente la sua grandiosità.

Nell’arte sono molte le opere passate inosservate nel loro tempo e la cui rilevanza è emersa solo nel tempo. Così è anche per il cinema: la validità di un prodotto cinematografico non lo dovete dare voi dopo che l’avete visto alla TV o che siete usciti dalla sala con le mani sporche di pop corn. A voi solo il compito di realizzare che cosa del film è arrivato a voi stessi o cosa siete riusciti a cogliere. La validità di un film non dipende dal fatto che noi riusciamo a capirlo o no: dipende dalla sua costruzione artistica e artigianale.

Buona visione

Gianluca Floris

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