LA CULTURA DEGLI ATTENTATI INTIMIDATORI IN SARDEGNA

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La Sardegna e solite fucilate, le tante macchine bruciate, le teste di animale per intimidire amministratori o altre persone.
Partono i soliti fastidi verso quelli che saranno i soliti comunicati del Governo regionale e nazionale, dei ministri, delle autorità in solidarietà degli intimiditi. E nessuno che si interroghi sulla radice culturale che ci porta a usare la violenza contro provvedimenti politici e amministrativi che non condividiamo.
Una radice che si estirpa solo con più cultura sul territorio.
A nessuna persona civile verrebbe in mente di rispondere così ad una azione politica o amministrativa. Questo vuol dire che non abbiamo ancora estirpato in Sardegna l’inciviltà diffusa, sempre giustificata da chi cerca le giustificazioni a questi atti, incolpando altri, mai noi.
E penso che ogni giorno vedo studenti delle scuole sarde che non hanno i libri per studiare, che hanno scuole dove i professori non possono fotocopiare materiale per le azioni didattiche, dove non ci sono dei bagni dotati di carta igienica e dove le attività integrative quotidiane non vengono finanziate, a vantaggio di progetti che sono ciliegine su torte inesistenti.
Penso ad una scuola che non educa alla fruizione dell’arte e del nostro patrimonio (perché “in un istituto tecnico devono solo imparare un mestiere”), penso alle nostre scuole dove non si insegna la musica, penso alle università e ai conservatori che hanno difficoltà economiche sempre maggiori a svolgere il loro ruolo sui territori.
In sostanza penso che questa vulgata del fatto che la situazione della Sardegna sia colpa dei governi nazionali, delle regole UE, delle multinazionali e – insomma – sempre degli “altri”, sia un giustificazionismo del quale ci dobbiamo sbarazzare. Al più presto davvero.
Noi siamo artefici del nostro destino. Un popolo servo lo è, non perché ha dei padroni che lo sfruttano, ma perché si fa sfruttare.
Questi attentati sono la conclamata evidenza del fatto che abbiamo prima di tutto bisogno di cultura, di accesso popolare alla cultura. E l’accesso alla cultura non è far entrare le scolaresche al museo o in teatro, è invece fornire loro gli strumenti per capire quello che fruiscono e per farne dei fruitori consapevoli.
È la mancanze delle politiche culturali sin dall’età scolastica che è la causa di queste azioni violente.
Vorrei dirlo con chiarezza: la frase “Non abbiamo soldi per la cultura” è un crimine contro i cittadini tutti. È davvero un crimine perché i soldi per la cultura tutta vanno trovati nei bilanci con assoluta priorità sulle altre voci di spesa.
Perché non si tratta di una spesa, ma di un investimento dovuto ai cittadini. Soprattutto a quelli meno abbienti.
Mi spiace che nessuno dei nostri politici (nessuno a nessun livello) se ne sia ancora reso conto e che si continui a confondere la cultura con lo show-biz, l’evento con l’attività culturale, l’apparenza con la sostanza.
La cultura ci serve quotidianamente. Abbiamo bisogno di musei aperti e frequentati tutti i giorni, anche senza la “bellissima mostra” di gran richiamo, anche senza la “giornata dei musei gratis”. Abbiamo bisogno di più teatri che funzionino tutti i giorni per tutti. Abbiamo bisogno di quotidianità della cultura, abbiamo bisogno di finanziare gli artisti e gli operatori con i soldi pubblici perché operino sempre in libertà, senza questa criminale ossessione del ritorno economico. Sono spese che devono essere a carico di tutta la collettività
Questa logica che assimila le attività culturali a attività commerciali è la vera causa degli attentati col piombo, con il fucile e con il coltello, col fuoco.
E le solite frasi da talk show sul fastidio per le ovvie dichiarazioni delle istituzioni, armano i fucili. E le solite nauseanti frasi contro gli intellettuali innescano gli esplosivi.
Abbiamo bisogno di più intellettuali, di gente che sappia leggere la realtà con gli strumenti della cultura per proporre direzioni virtuose.
Non è il ministro che fa la solita dichiarazione ad essere il nostro nemico. Non è il Presidente della Regione di turno che esprime solidarietà ad essere il mio nemico.
Il mio nemico sono io, i miei nemici siamo tutti noi che ancora non riusciamo a far passare quello che è lapalissiano: per cambiare la politica dobbiamo prima di tutto cambiare noi.
E l’unico strumento per cambiare un popolo nel senso della consapevolezza e della civiltà, è la cultura.
I miei nemici, quindi, sono coloro che continuano a disquisire su “cosa sia cultura e cosa no”, stupidamente.

La cultura è la testimonianza della nostra storia di esseri umani: l’arte figurativa, la musica, la letteratura, la danza, il teatro.

Tutti coloro che sposano l’idea che la loro conoscenza e studio sia un atto di snobismo sono gli autori di questi attentati. Perché consolidano l’idea che solo i privilegiati debbano fruire la cultura.

Tutti coloro che si scagliano contro gli intellettuali sono gli autori degli sgozzamenti degli animali. Perché hanno fatto sì che non intervengano più nella progettazione politica e sociale, vergognandosi.

Tutti coloro che pensano che un’attività culturale debba reggersi sul mercato, sono gli autori di questi attentati.

E, infine, i veri autori di questi attentati sono tutti coloro che non dicono che gli autori di questi gesti sono sardi, sono figli della Sardegna, sono espressione del nostro degrado culturale, tutti coloro che giustificano questi atti sono i colpevoli di quello che accade attribuendo le colpe a un Presidente qualsiavoglia, alla Merkel, alla UE, a Bilderberg, alle banche o a chiunque altro non siamo noi. Solo noi.

Gianluca Floris

 

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