Come la Cina si prepara a diventare potenza mondiale egemone: Con la cultura.

fudan

Ecco come la Cina sta operando:
Investendo in educazione, segnatamente in formazione accademica, una mole di risorse economiche e logistiche che non ha eguali sul pianeta. Costruendo campus, università, biblioteche, conservatori e Accademie di Belle Arti.
Con un investimento senza precedenti in infrastrutture, in collaborazioni internazionali, in professori e ricercatori tra i più richiesti al mondo. Senza badare a spese.
Lo sta facendo ora, adesso. Assieme allo sforzo verso l’utilizzo di risorse energetiche sostenibili, quello sull’educazione scolastica e accademica è uno dei principali obiettvi dei piani quinquennali strategici cinesi.
E non solo. In Cina si investe oggi pesantemente anche nel settore della formazione media e superiore, perché una formazione accademica di alto livello offre maggiori risultati su studenti formati da scuole medie e superiori di livello alto, ovviamente.

Quale è l’obiettivo di questo investimento della Repubblica Popolare Cinese:
Quello di ridurre la dipendenza della Cina dall’estero per il know-how tecnico, di ricerca e culturale. Quello di dotarsi di una classe dirigente di livello internazionale, capace di governare la crescita di questi anni e soprattutto in grado di utilizzare appieno le enormi potenzialità della potenza economica cresciuta in questi decenni. Quello di creare una nuova classe di studiosi, di custodi e di diffusori dell’enorme patrimonio culturale tradizionale millenario del Paese di Mezzo. Quello di creare e stimolare la nascita di nuovi talenti artistici che nel mondo testimonino la grandezza e le grandi potenzialità della nuova nazione egemone del pianeta.
“Perché un paese ricco che demanda la formazione di alto livello a altri paesi stranieri, non sarà mai padrone appieno del proprio destino e non sarà mai davvero in grado di affrontare il futuro.”
Queste sono le parole di un rettore di una delle facoltà che ho incontrato e che mi sono rimaste particolarmente impresse.

In quanto tempo raggiungerà l’obiettivo:
L’ossessione dei tempi brevi non è caratteristica delle classi dirigenti cinesi, le quali non hanno l’assillo di dover essere rielette ogni anno o ogni due anni come da noi. La sostanziale continuità della classe dirigente della Repubblica Popolare Cinese permette la creazione di piani di medio, lungo e lunghissimo periodo. Ciononostante, osservando la velocità con la quale stanno attuando le azioni, direi che entro dieci anni salirà il numero delle università cinesi che entreranno nella top 50 del ranking qualitativo mondiale; che la Cina sarà sempre più autonoma nella progettazione e nella realizzazione delle infrastrutture; che si osserverà una enorme crescita delle capacità manifatturiera e artigianale autoctona; che diventerà grande esportatrice di arte e artisti sia figurativi, che musicali; che diventerà una nuova terra delle opportunità per i giovani di tutto il mondo, come sempre storicamente lo sono state le nazioni egemoni economicamente: come il Regno Unito e gli USA, nei vicini tempi andati. Ho la convinzione informata del fatto che la Cina, se e quando raggiungerà questo obiettivo, diventerà il posto dove le classi dirigenti mondiali manderanno a studiare i loro figli. Come nel novecento facevano con Harvard, Cambridge, Eaton o Yale.

Che elementi ho per affermare questo:
Da qualche anno mi occupo di Alta Formazione, di formazione accademica o universitaria. Da quando sono stato nominato Presidente del Conservatorio di Musica di Cagliari “Giovanni Pierluigi da Palestrina” ho inteso favorire le occasioni di scambio e di collaborazione internazionale della Istituzione di Alta Formazione che presiedo. Mi sono adoperato e mi adopero affinché si moltiplichino le occasioni e mi sono formato un’idea circostanziata sul panorama internazionale del settore.
Ho approfondito negli ultimi anni molti contatti con analoghe istituzioni accademiche di paesi extra europei, e in particolare con la Repubblica Popolare Cinese e dei paesi del Golfo.

Perché la Cina richiede la collaborazione accademica con l’Italia:
La Cina si deve dotare adesso di ingegneri, di tecnici, di ricercatori, di intellettuali, di studiosi, di artisti, di musicisti. Ma ha anche bisogno di valorizzare i propri siti storici e ambientali, ha bisogno di studiare e di rivitalizzare le sue grandi tradizioni musicali e artistiche, ha bisogno di ricostruire il tessuto artigianale e intellettuale che rappresenta l’ossatura di qualsiasi crescita e sviluppo reale e duraturo.
È per questo che l’Italia è particolarmente richiesta, soprattutto – anche se non esclusivamente – nei settori della Alta Formazione Musicale, in quella delle Belle Arti e nel Design. Insomma, se l’Italiano è ancora una delle lingue più studiate al mondo, Cina compresa, assieme alla nostra storia e alla nostra cultura, lo dobbiamo ancra oggi a Michelangelo, a Giuseppe Verdi e a Valentino Garavani. È ancora per questi tre personaggi italiani che la Cina ci chiede collaborazioni e prestazioni professionali di formazione.
Per l’ingengneria e per la ricerca si rivolgono soprattutto alla Germania, agli USA e al Regno Unito. Ma per le arti e la conoscenza di Leonardo Da Vinci, di Giacomo Puccini e di Giorgio Armani, richiedono le competenze dell’Alta Formazione Italiana.
Storia dell’Arte, Diegno e scultura, teoria e solfeggio, storia della Musica, strumento, canto, design e moda. In questi campi grande è la richiesta di impiego dei nostri professori nella vasta Cina Popolare. E sono richieste rivolte alle Istituzioni di Alta Formazione Italiana: Conservatori, Accademie di Belle Arti e Università.
E allora ogni anno in Cina vedo nuove Università che potenziano le facoltà a indirizzo artistico e musicale, vedo fondare nuovi conservatori, vedo fiorire progetti di campus di livello internazionale dove lo studio avviene in lingua inglese, il latino dei nostri tempi, per formare studenti in grado di competere sul mercato internazionale nel prossimo futuro, e per attrarre e ingaggiare i migliori docenti e ricercatori del mondo. In questo quadro si sviluppano le richieste di collaborazione con l’Italia e si continueranno a richiedere ancora per almeno dieci anni, fino a che la Repubblica Popolare non diventerà autonoma con le sue strutture di Alta Formazione divenute allora ormai di alta qualità.

Come risponde l’Italia:
Inutile dire che questi settori per i quali la Cina richiede il contributo italiano, sono gli stessi tre settori nei quali la nostra nazione investe meno risorse pubbliche in termini di percentuale sul PIL. Per decenni la scuola, i musei, i siti archeologici e i teatri italiani sono stati oggetto di una smobilitazione continua di risorse pubbliche, mentre gli investimenti dei nostri atenei in materia di alta formazione di moda e design rimangono a livelli di residualità rispetto al totale dell’impegno di fondi del settore.
Il fatto che – assieme ai nostri paesaggi e ai nostri prodotti alimentari – questi siano la nostra unica risorsa per il futuro delle nuove generazioni, il nostro unico e vero “petrolio del domani”, non è percepita da noi italiani come una priorità sulla quale investire fondi e energie. Peccato, ma così è.
Sul fatto che sia importante investire risorse, soldi e servizi nella alta formazione accademica, nella cultura, nella formazione artistica e artigianale, invece, i cinesi concordano in maniera pressoché univoca, a differenza nostra che consideriamo queste materie un “orpello”, un “di più” sul quale investire solo come ornamento, e non come risorsa.
Le Istituzioni accademiche italiane rispondono in ordine sparso, demandando ai propri singoli organi di governo di ogni istituto i modi e le disponibilità a collaborare.

Come l’Italia si dovrebbe comportare:
La considerazione che ho tratto da queste mie esperienze e dalle tante relazioni costruite in questi anni, è che noi italiani abbiamo davvero ancora molte carte da giocare sulla scena internazionale, se solo sapessimo valorizzare la nostra enorme capacità intellettuale, artistica e scientifica. Se solo avessimo anche noi un pesante programma di investimenti pubblici nel settore della Formazione media, superiore e Universitaria. Se solo decidessimo di puntare sugli investimenti infrastrutturali e economici per potenziare la scuola, per ridurre il numero di studenti nelle classi a rischio sociale, per migliorare le infrastrutture didattiche specie nelle periferie e nel meridione, per rendere quindi più agevole per tutti l’accesso ai corsi accademici ordinamentali, per aumentare il richiamo internazionale di tutte le nostre lauree magistrali in modo da tornare ad essere un riferimento mondiale della Formazione Accademica, allora potremmo continuare a crescere come riferimento mondiale nella alta formazione.
E soprattutto ne ho tratto la considerazione che, se solo ci rendessimo conto di quello che è il potenziale del nostro patrimonio culturale, dovremmo metter mano ad un pesante investimento nel settore accademico di formazione artistico-musicale e di design. Investire molto nei conservatori, nelle accademie di belle arti, nella accademia nazionale di danza, in quella d’arte drammatica Silvio D’Amico, nei dipartimenti di design e di moda delle nostre Università, nei dipartimenti di studio e di ricerca museale, di storia e di divugazione dell’arte, di restauro e di conservazione oltreché di sperimentazione nei vari settori.
Parlo di investimenti di soldi e di infrastrutture. Soldi che non sarebbero spesi, ma investiti per il nostro futuro. Perché questo ho capito da questi miei anni di lavoro nel settore: nessun tipo di investimento pesante in hardware può fare a meno di un altrettanto pesante investimento in software. E il software migliore sul quale investire, è la formazione dell’intelletto umano: un investimento che è ad alta e sicura rendita. L’unico investimento con queste caratteristiche, peraltro.

Gianluca Floris

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