Prendere atto della mia incapacità di comunicare. Sono vecchio.

Non è semplice, ma guidato dal metodo del dubbio (su ogni cosa, soprattutto su di me), e aiutato da qualche vero amico che ha osato darmi una sonora sveglia, mi sono reso conto che ho necessità di pormi di nuovo in sintonia piena con il presente.
Innanzitutto frenando il mio naturale e immaturo impulso di dare giudizi senza appello, e in secondo luogo fermandomi ad ascoltare. Lo sto facendo in queste ore e i risultati cominciano ad arrivare, sorprendenti.
Innanzitutto ho scoperto che delle prossime architetture per cercare una risicata maggioranza alle Camere per trovare uno straccio di governabilità, non mi importa davvero nulla. Sarà quello che si riuscirà a trovare, appena inizieranno i dialoghi e le contrattazioni tra le forze politiche, come è nel gioco democratico. Ma a me non interessa.
Poi ho fatto una considerazione su di me. Io appartengo a un’altra epoca (sono nato nel 1964), e sono cresciuto formato nei princìpi della Costituzione Repubblicana. Io parlo di diritti, di tutele, di europeismo, di Istituzioni, di attenzione nel mantenimento dei conti del Paese dentro una sostenibilità che ci permetta di garantire ancora il pagamento degli interessi dei titoli emessi, di fare dell’Italia un posto dove sia fruttifero investire e crescere, di garantire una Scuola Pubblica, un Servizio Sanitario, gli stipendi dei dipendenti della PA, le pensioni, il welfare per chi ha più necessità.
Ma, a furia di parlare, non ho capito che tutti questi discorsi non comunicavano più nulla a nessuno. Sono parole che per me sono gravide di significati, ma che per i cittadini italiani oramai appaiono solo come scuse per il mantenimento di una “casta” recepita come rapace e parassitaria.
E mi sono reso conto di essere inadatto a comunicare con il mio presente, con i miei concittadini. Io mi sono accorto di parlare una lingua per i più sconosciuta e di parlare per quelli che vengono oggi percepiti come vuoti slogan pronunciati da chi è lontano dai veri problemi del Paese.
A poco serve la consolazione del fatto che io sono sempre stato in buonafede, resta invece in me oggi, la constatazione del fatto che, nella foga e nella mia presunzione di poter dare giudizi e di indicare “il vero”, non so comunicare nulla al mio presente, se non a chi è a me affine per formazione.
Oggi la realtà vissuta e percepita non può essere semplificata mostrando i dati di come le cose vadano meglio di dieci anni fa. In questo io sono vecchio e ho grande colpa: non ho saputo ascoltare e non ho saputo decodificare i segnali che c’erano – quelli sì – veri e reali.
La percezione di stare male oggi è così tanto diffusa da far sì che i cittadini siano persino disposti a rinunciare a quei princìpi che le persone vecchie come me hanno sempre considerato come irrinunciabili e fondanti, pur di poter sperare in un cambiamento.
Ho addirittura considerato come risibile il desiderio di una palingenesi (pur ingenua e irrealistica) che invece era un urlo disperato di chi chiedeva di poter credere e sperare.
Ho fallito per presunzione e per saccenza.
E allora adesso continuo in questo percorso con tutta l’umiltà di cui sono capace (sempre troppo poca, purtroppo, ma ci provo) e mi metto in ascolto.
Perché io non sarò mai capace di rinunciare ai miei princìpi e al modo in cui sono stato formato, ma sicuramente posso e devo provare a ascoltare. Ascoltare davvero.
Non c’è peggior persona di colui che pone delle domande convinto già a priori di conoscere la risposta “giusta”. Ecco l’ho fatto tante volte. È giunto il momento di prendere coscienza che io risposte non ne ho. Restano le domande.
Mi metto in ascolto.

Gianluca Floris

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