Un mio intervento sul ruolo della Musica alla Chigiana

Sono stato ospite della Accademia Chigiana a Siena, al palazzo Chigi Saracini per parlare di Network delle Arti e Nuova Centralità della Musica: Modelli Integrati di Valorizzazione del Patrimonio Culturale Italiano. Produzione, Promozione, Circuitazione. L’incontro era coordinato da Corrado Passera, neo Presidente della Accademia di Imola.

Qui ho messo in ordine i ragionamenti che sono stati il centro del mio intervento.

Il Patrimonio Culturale Immateriale: la Musica.
Il patrimonio culturale del nostro Paese è ancora oggi la maggiore attrattiva dell’Italia nel mondo. Studenti e turisti da ogni parte del pianeta scelgono come destinazione l’Italia proprio in forza dei suoi enormi giacimenti culturali e del suo patrimonio.
Ancora oggi, in particolare, le nostre Accademie di Belle Arti e i nostri Conservatori sono una delle mete più ambite dagli studenti di arte e musica che intendano approfondire la conoscenza delle tecniche della nostra grande scuola musicale.
Milioni di turisti, vieppiù, affollano le nostre città d’arte, i nostri musei, i nostri siti archeologici, i nostri festival e i nostri teatri, perché le vestigia e le testimonianze della nostra storia artistica e quindi culturale, fanno ancora oggi da enorme attrattore e quindi da volano fertile per un indotto ricco.
L’Italia ha nel suo patrimonio culturale una delle principali risorse da custodire e utilizzare per uno sviluppo duraturo.
Il patrimonio culturale italiano però è formato da una parte “materiale” (Musei, siti archeologici, edifici, piazze, monumenti, ecc.) e da una parte “immateriale” (Tradizioni popolari, cibo, musica, feste e tradizioni.)
Siamo qui a parlare de centralità della musica nel network delle arti, e quindi non possiamo che iniziare con un distinguo importante. Mentre il patrimonio culturale materiale, per essere promosso, fruito e circuitato, ha bisogno di essere innanzitutto tutelato con restauri, cure ambientali, allestimento fisico di percorsi guidati, tutela dei materiali e di quant’altro, il patrimonio culturale immateriale musicale, per essere promosso, fruito e circuitato, ha innanzitutto bisogno di essere eseguito. È l’esecuzione musicale la conditio sine qua non si possa parlare di tutela della musica. E per la tutela di quello che è oggi il nostro patrimonio musicale è indispensabile parlare di tutta la filiera dalla formazione alla promozione e distribuzione.
Occorre, questo sì, un nuovo strumento legislativo e finanche una nuova definizione giurisprudenziale per la musica. Oggi è possibile tutelare gli archivi, gli spartiti, forse anche alcuni strumenti, mentre non è possibile definire la “musica” come patrimonio da tutelare. Occorre urgentemente una definizione esatta del nostro principale patrimonio culturale immateriale, che è la musica.

Il moltiplicatore musicale:
Il patrimonio culturale musicale è capace di generare un indotto così tanto vario e vasto, da moltiplicare ogni euro speso per le esecuzioni o le messe in scena, come più volte evidenziato dai centri studi economici di tutto il mondo.
Il primo indotto generato dalla musica è quello di natura sociale, con il coinvolgimento di molte tipologie di lavoratori e di professionalità. Ogni esibizione musicale, per esempio, coinvolge figure specializzate indispensabili: archivisti, tecnici luce, fonici, operatori di ripresa, macchinisti, liutai, accordatori, costruttori di strumenti e altri, per dire di quelle impegnate attorno a un’esecuzione musicale. Costumisti, sarti, truccatori, parrucchieri, scenografi, attrezzisti, maestri di palcoscenico, pianisti accompagnatori e altre figure che risultano indispensabili per mantenere in vita il nostro patrimonio di Teatro Musicale: l’Opera Lirica. Posti di lavoro e imprese sia di servizi che artigiane che operano attorno alle esecuzioni musicali, generando reddito e professionalità esportabile nel mondo e mantengono internazionalmente alta l’immagine del nostro Paese ovunque. Ma oltre a questo moltiplicatore più “sociale”, l’esecuzione del nostro patrimonio musicale ha anche la caratteristica importantissima di grande moltiplicatore dell’investimento sul territorio. Al pari di quanto accade per il nostro patrimonio culturale materiale, anche nel caso della musica le esecuzioni delle nostre orchestre, dei nostri ensemble, dei nostri cantanti, attirano turisti che si spostano (con alta propensione di spesa) per frequentare i nostri teatri, le nostre sale da concerto, i nostri festival, le nostre stagioni musicali.
La flessibilità naturale della esecuzione musicale, inoltre, comporta il fatto che la performance si possa spostare fisicamente con maggior facilità di quanto non possa accadere con il prestito di una collezione o di un gruppo marmoreo. Portare all’estero la Filarmonica della Scala, non comporta poi le spese assicurative e di sicurezza che comporterebbe spostare “La Tribuna” degli Uffizi. Il tesoro di inestimabile valore, nel caso della musica, è tutto nella sapienza esecutiva degli interpreti, non in un bene fisico. Ma un concerto della Filarmonica della Scala può essere effettuato in qualsiasi paese del mondo e può anche essere l’occasione per veicolare all’estero il brand Italia nel suo complesso; sia come testimonianza di cultura italiana tout court, sia come marchi di eccellenza (moda, alimentare, enologico, design, ecc).
Per dire che la Musica è la parte di patrimonio culturale che maggiormente si presta a veicolare conoscenza della cultura italiana nel suo complesso e che maggiormente si offre come agile moltiplicatore di ricchezza. Ad esempio, il creare un grande festival musicale in un territorio periferico e disagiato socialmente, risulta un’efficace strumento di “Destination Management”, mentre difficilmente si può creare dal nulla un grande museo in un territorio dove storicamente non ci sono mai stati mecenati e collezionisti.
È la musica, insomma, il moltiplicatore di investimenti culturali più versatile e efficace.

La Produzione
Abbiamo già spiegato come per mantenere in vita il patrimonio musicale occorra eseguire le partiture, quindi occorra “produrre” musica da diffondere con la circuitazione. Ma per la produzione occorrono fondi, sia certamente privati, che istituzionali. La 367, legge istitutiva delle Fondazioni Lirico Sinfoniche, funziona solo per Milano La Scala, e forse per Santa Cecilia di Roma. Tutte le altre fondazioni lirico sinfoniche soffrono nello strutturare l’offerta produttiva e distributiva, visto che la struttura economica dei nostri territori non permette un ingresso dei privati così mportnte come quello del Teatro alla Scala. In tutte le altre Fondazioni lirico sinfoniche il problema principale è quello dell’esiguità del contributo del Fondo Unico dello Spettacolo italiano (che è inferiore alla contribuzione pubblica che ricevono i soli teatri di Berlino). Anche solo pensare di programmare sinfonica dall’organico importante (Mahler, Casella, ecc.) o opere sia nuove che di repertorio, significa uno sforzo produttivo economico quasi proibitivo, visto che quasi sempre gli organici stabili (sempre ridotti all’osso) obbligano alla contrattualizzazione di aggiunti d’orchestra che spesso incidono non poco nei costi. Ma anche problemi produttivi spiccioli diventano dei blocchi per le ordinarie attività dei nostri centri di produzione musicale, come i turni dei tecnici che della produzione musicale, specie di quella peristica, sono parte inscindibile e fondamentale.
Insomma la produzione musicale, intesa come esecuzione sia di brani del nostro patrimonio storico che di quello contemporaneo, rappresenta l’unica maniera di tutelare il nostro patrimonio musicale. Quindi rappresenta la pietra angolare attorno alla quale costruire qualsiasi politica di sviluppo, di tutela e di diffusione della musica.
Occorre ripensare continuamente al sistema produttivo, essere pronti a modificare quello che non funziona e a sviluppare quello che invece sembra essere utile. Ma soprattutto occorre che si sleghi il concetto di produzione musicale da quello di intrattenimento puro, legandolo invece al concetto di tutela del patrimonio culturale immateriale. Senza questo salto contenutistico, non avremo mai gli strumenti legislativi e finanziari per il livello produttivo che la nostra tradizione ci imporrebbe.

La Formazione
L’aspetto della formazione dei musicisti professionisti, della formazione di chi è demandato alla esecuzione della musica e quindi alla sua tutela, è uno dei problemi centrali da affrontare, se dobbiamo parlare di valorizzazione del patrimonio culturale musicale italiano e della sua centralità nel network delle arti.
Senza una organizzazione efficace del percorso che forma i musicisti, i compositori gli archivisti e tutte le figure necessarie per eseguire la musica, non è possibile pensare a un reale mantenimento in vita del nostro patrimonio musicale. Servono luoghi dove insegnare, maestri di strumento, di canto e di direzione d’orchestra, biblioteche, supporti per lo studio come teatri, sale da concerto e altri luoghi dedicati e tutto il resto che permette di creare formazione di alto livello.
Nel percorso formativo di un musicista servono occasioni di scambio internazionale sia di allievi che di insegnanti, servono finanziamenti certi e continui e servono organi di governo indipendenti ed efficaci, che possano prendere decisioni e correggere il tiro ogniqualvolta che la situazione contingente lo richieda. Inoltre la formazione musicale italiana, la “scuola musicale italiana” è essa stessa un grande patrimonio culturale immateriale che va preservato, tutelato e promosso con decisioni coraggiose, tempestive e efficaci. Da tutto in mondo i giovani studenti di musica vogliono venire in Italia per studiare, ad esempio, la grande tradizione di Belcanto perché è proprio la scuola italiana a rappresentare ancora oggi l’eccellenza riconosciuta ovunque nel mondo.
Quindi la formazione de musicisti risulta essere il primo gradino indispensabile per iniziare il percorso della tutela del patrimonio immateriale musicale, per poter eseguire la musica e quindi per mantenerla viva.
Quindi occorrerebbe uno sguardo più ampio nel ripensare al ruolo dei nostri Conservatori, onde evitare che si continui a prevedere l’accesso allo studio accademico solo ai maggiorenni (quando a diciotto anni gli strumentisti di tutto il mondo vincono i più grandi concorsi internazionali).
Mantenere elevato il livello di preparazione richiesto agli studenti, tenere altissimo il livello qualitativo delle docenze, andare verso un’autonomia reale e fattiva nella scelta dei programmi, massima libertà di reclutamento tra gli artisti di chiara fama mondiale. Questi gli strumenti indispensabili per la tutela del patrimonio musicale nazionale, ma per rafforzarli occorre innanzi tutto avere il coraggio di avviare un serio ragionamento sul ruolo dell’AFAM in seno al MIUR. Se è vero come è vero che lo sbocco professionale degli studenti delle accademie, dei Conservatori, della Accademia Nazionale di Danza, della Accademia d’arte drammatica Silvio d’Amico e degli ISIA è rappresentato in Italia unicamente dalle attività afferenti alle deleghe del MIBACT, è ancor più vero che dovremmo pensare a un nuovo rapporto integrato con il ministero detentore della delega per i beni e le attività culturali.
Perché se è precipuo compito dell’Istruzione organizzare e sostenere i percorsi musicali di base delle SMIM e dei Licei Musicali, e altresì vero che l’Alta Formazione Artistica, Musicale e Coreutica, sin dai corsi propedeutici, dovrebbe essere coordinata e sostenuta invece dal MIBACT, unico dicastero deputato alla tutela, alla produzione e alla circuitazione del patrimonio culturale. E l’alta formazione artistica è inscindibile parte, lo ripetiamo, della tutela dei nostri beni culturali.

La musica come centro di un network delle arti
Se dobbiamo pensare un ruolo centrale in un creaturo network delle arti, non possiamo non pensare al ruolo della Musica. Alle attività di produzione musicale infatti, concorrono spesso artisti come pittori (pensiamo ai fondali o ai bozzetti scenografici e dei costumi nell’opera lirica), decoratori e artigiani del legno nel mantenimento dei nostri antichi teatri e delle sale da concerto, al personale addetto al restauro e al mantenimento dei nostri monumenti (come durante la stagione musicale alle Terme di Caracalla, in Arena di Verona, al Teatro Greco di Taormina o di Siracusa, ecc.). La musica può essere certamente considerato un “hub” naturale delle art attorno al quale ruota l’intervento di tutela e valorizzazione di tutte le arti.
Affinché questo ruolo centrale si realizzi nella realizzazione di un vero network delle arti, occorre però che l’intervento pubblico favorisca il coordinamento tra realtà che non possono continuare a essere slegate le une dalle altre. La tutela e la promozione del nostro patrimonio culturale deve essere concepito come un sistema, non come una serie di realtà indipendenti. La valorizzazione del grande patrimonio architettonico e artistico della Roma Barocca, per fare solo un esempio, non può non prevedere una serie di interventi volti alla rivalutazione del nostro repertorio musicale barocco, che di quel periodo era parte integrante, e che in parte era stato composto per essere eseguito all’interno di quelle architetture. Mille esempi di sinestesie in accordo o in dissonanza cronologica tra di loro, possono essere stimolate, suggerite e implementate da qualsiasi sovrintendenza sia musicale, che artistica, archeologica o archivistica, per connettersi in un vero network operativo efficace.

I lobbisti della musica
In Italia il termine lobby e lobbista ha un significato che sta a metà tra il “mestatore” e il “trafficone” per interessi occulti mai palesati. Invece io voglio utilizzare questo termine nella sua accezione anglosassone, dove “lobbista” è colui che si fa portatore degli interessi di una data parte in maniera trasparente presso i politici per ottenere vantaggi legislativi, fiscali, economici, ecc.
Ecco, occorre oggi che tutti i centri produttori e formatori di musica e di musicisti, prendano coscienza del ruolo importante che debbono svolgere nei confronti delle classi politiche oramai in continuo ricambio.
La musica, come tutte le arti, porta con sé il compito della formazione continua del cittadini. Educare alla lettura complessa di segni e significati, all’ascolto attento, anche al rispetto delle regole di consuetudine nell’avvicinarsi all’evento musicale.
Insomma, la Musica porta sempre con sé un ruolo educativo. Ecco, credo sia giunto il momento di dover pensare – da lobbisti della musica – anche all’importante ruolo di dover educare i politici al ruolo che la musica ha o dovrebbe avere in una società civile. Dobbiamo tutti noi, addetti ai lavori, prenderci l’incombenza di avvicinare gli esponenti delle nuove classi politiche e spiegare, mostrare, avvicinare il loro sentire a quello della musica. È indispensabile, se vogliamo fare delle arti e della musica il momento fondante dello sviluppo del Paese.

Giovanni Gianluca Floris
Artista Lirico
Presidente del Conservatorio “Palestrina” di Cagliari
Presidente della Conferenza Nazionale dei Presidenti dei Conservatori.

 

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