Per i teatri italiani sarà un bagno di sangue. Ma…

Sarà un bagno di sangue

Il settore più martoriato sarà quello dei teatri e delle sale cinematografiche. L’espressione più caratteristica della nostra cultura, il ritrovarsi assieme a fruire una narrazione che avviene su un palco o su uno schermo, è profondamente colpita a morte dal rischio del contagio, dal pericolo della promiscuità, dall’imposto “distanziamento sociale”.
Il teatro ha avuto inizio con la comparsa dell’uomo stesso, con i racconti attorno al fuoco al rientro dalle battute di caccia, con gli sciamani che in trance interpretavano animali e forze naturali.
Il teatro non è qualcosa di “in più”, è esso stesso l’essenza stassa della nostra profonda e antica identità.
Il fruire tutti assieme di uno spettacolo di recitazione o musicale (o tutte e due le cose insieme) è una caratteristica del branco umano da sempre.

Sarà un bagno di sangue

E adesso tutto questo, nel tempo della pandemìa, ci viene negato. Adesso che siamo costretti a vedere da soli a casa dei concerti, a godere delle performance solitarie di artisti su uno schermo senza poter condividere le sensazioni e le emozioni con l’onda di energia del pubblico del quale facciamo parte. Senza poterci sentire parte del grande applauso che scioglie l’emozione che l’artista ci ha regalato.

Sarà un bagno di sangue”.

Noi artisti, grandi protagonisti o umili comprimari, siamo cresciuti in un altro mondo: professionisti pagati per interpretare le gesta e le miserie degli archetipi umani su un palcoscenico, siamo stati educati a toglierci il cappello quando entravamo in teatro, a salutare e rinraziare il pubblico, a farci bastare i pochi metri quadri di un camerino, magari da condividere. Noi artisti da palcoscenico siamo ora colpiti a morte. Il nostro lavoro è fermo e non sappiamo quando potremo riprendere a farlo e soprattutto non sappiamo a quali condizioni lo potremo fare domani. Non sappiamo se sarà finito il tempo dell’artista professionista o se dovremo lasciare il campo all’orda di dilettanti che già si affolla sui balconi.

L’artista professionista, cioè colui che viene remunerato da noi tutti unicamente per mantenere viva la sua preparazione tecnica e artistica al fine di arci provare emozioni da un palco o da uno schermo, in questo momento è imprigionato dagli eventi senza sapere fino a quando sarà e senza sapere in che maniera riprenderà. E se riprenderà.

Sarà un bagno di sangue

Ma gli artisti sono strani umani: giocano da sempre tra i caratteri e le psicologe dei loro personaggi e le loro stesse personali. Sanno vivere altre vite, provare altre emozioni e quindi si stanno adoprando in maniera creativa per resistere a questo drammatico tempo e a riprendere a correre, qualsiasi situazione si troveranno davanti dopo.

Ma qui arriviamo al dunque. Leggo oggi sul Corriere della Sera l’intervista a Francesco Giambrone, sovrintendente del Teatro Massimo di Palermo e presidente della ANFOLS, l’associazione di tutti i sovrintendenti delle fondazioni lirico sinfoniche italiane.

Anche l’ottimo dott.Giambrone, che da decenni è uno dei sovrintendenti migliori d’Italia (e ne sono prova la qualità dei cartelloni e la mole di produzioni dei teatri sotto la sua guida oramai esperta) dà il suo ottim contributo creativo per immaginare il “dopo” pandemìa. Giambrone immagina come si potrebbe pensare l’attività di una fondazione lirico sinfonica in condizione di emergenza pandemica. Leggo della sua ottima idea di porre ad esempio l’orchestra in platea e d far accomodare il pubblico nei palchi e di offrire lo spettacolo a pagamento in streaming. Ha anche immaginato un balletto da commissionare che metta in scena il distanziamento sociale sul palcoscenico. Tutte idee davvero notevoli e stimolanti.

Ho fatto l’esempio del dott. Giambrone ma mille e mille sono oggi gli addetti ai lavori (artisti e amministratori) che si alambiccano per provare a immaginare il modo e il segno di una ripartenza dei teatri sia lirici che di prosa, che di balletto o altro. Anche l’industria cinematografica si sta rendendo conto che senza il momento della fruizione in sala, tutta la filiera si impoverisce perché perde valore emotivo e alla fine anche qualitativo.

Sarà un bagno di sangue

Ma ecco dove voglio arrivare. Tutti, tutti, tutti, tutti, tutti, tutti, tutti, tutti coloro che leggo e ascolto che immagnano il futuro dello spettacolo dal vivo teatrale o cinematografico, tutti, tutti, tutti, tutti, tutti, tutti, tutti, tutti ragionano come se PER SEMPRE la situazione dovesse rimanere uguale a questo presente. Come se MAI E POI MAI la scienza umana dovesse trovare un farmaco valido che eviti agravamenti mortali di questo coronavirus, come se MAI E POI MAI la scienza umana dovesse mai trovare un vaccino definitivo che dovesse ridurre quersto Covid-19 al ruolo che adesso ha il morbillo o la varicella o la stessa comune influenza.

Tutti, tutti, tutti, tutti, tutti, tutti, tutti, tutti ragionano come se il presnte dovesse essere eterno e immutabile, come se questo fosse il tempo che segna la fine della possibilità di fruire di spettacoli tutti assieme in uno spazio chiuso, protetto, con un’ottima acustica, dove è possibile il buio e il silenzio profondo che portino in gestazione e partoriscano lo spettacolo davanti all’ “Ooooh!” di stupore che dovrebbe sottendere ad ogni apertura di sipario o ad ogni inizio di proiezione.

Tutti, tutti, tutti, tutti, tutti, tutti, tutti, tutti non riescono a immaginare nulla di differente dal presente emergenziale, da una distopia che segni la fine del mondo come l’abbiamo conosciuto e che marchi a fuoco per sempre il futuro dell’umanità cambiando di segno le sue caratteristiche fondanti da che è comparsa la specie homo su questo pianeta.

Io mi sono francamente stancato di questo modo di pensare. Beninteso non ce l’ho con l’ottimo Giambrone (avercene di sovrintendenti come lui), ce l’ho con tutti noi addetti ai lavori del settore. Possibile che non siamo capaci di renderci conto che comunque sia, presto o tardi, per forza questa emergenza dovrà finire? Tra sei mesi un anno o tre anni (chi può saperlo?), la situazione non sarà più quella che vedamo oggi, che è emergenziale e contingente. E è mai possibile che non ci si renda conto che PER FORZA gli esseri umani torneranno a frequentarsi, ad assembrarsi, a abbracciarsi, a frequentare cinema e teatri? Possibile che non si possa far altro che immaginare un futuro distopico e di morte dove ognuno deve rerstare chiuso nella sua bolla più o meno asettica senza contatti con l’altro da sé? Possibile?

Si curerà chi si deve curare, guarirà chi deve guarire e morirà chi deve morire, ma prima o poi la situazione cesserà di essere mostruosamente distopica come questo presente che viviamo. I teatri e i cinema riapriranno, i cori e le orchestre torneranno a provare, il pubblico tornerà in sala, torneremo ad affollare i foyer e i corridoi dei camerini dopo lo spettacolo.

Possibile che siamo diventati tutti tutti, tutti, tutti, tutti, tutti, tutti, tutti così poveri di inventiva e di slancio che non riusciamo a immaginare il futuro se non identico al presente? Possibile?

Quindi ben vengano le idee come quelle di Giambrone per ipotizzare un periodo di interludio fra il mortale lockdown e la riapertura totale, ma io voglio che si parli anche si come preparare il ritorno al lavoro pieno degli artisti nei teatri e alla riapertura totale al pubblico delle sale cinematografiche. Voglio leggere di persone che sono pronte a lottare per preparare il domani, non solo per sopravvivere al presente della morte sociale momentanea.

Lo streaming non sarà MAI sostitutivo dell’incontro di persona e della fruizione del pubblico e nel pubblico. Un teatro affollato da un pubblico distanziato non sarà MAI teatro nel pieno senso del termine, ne sarà sempre un surrogato patetico e tutt’al più un’effige da lapide sepolcrale.

Un concertato assemblato con ogni cantante e ogni musicista a casa sua può essere un bel flash mob per mantenere vivo l’interesse e il nostro stesso essere artisti resilienti, ma dell’arte muscale è solo una triste parodia, rendiamocene conto.

Sono i teatri la nostra casa, come sono la casa di tutti i cittadini, perché per quello sono stati concepiti così come li conosciamo. Torneremo in teatro e lotteremo per tornarci, roneremo con le nostre scene di massa sul palco e sullo schermo, torneremo a baciarci e abbracciarci davvero perché il presente che stiamo vivendo è un’emergenza e non il futuro. È una parentesi, non il paragrafo. È un tornante, non tutta la strada.

Ne dobbiamo fare ancora di strada, e quelli di noi che hanno fatto del teatro la loro vita e la professione sono chiamati a tutta la fantasia, la forza e la creatività possibile per le due missioni fondamentali che abbiamo:

1 – Resistere a questo tempo duro e uscirne vivi.
2 – Essere pronti a ricominciare con tutta la forza che avremo

Perché sarà un bagno di sangue, ma ce la faremo. Torneremo ad aprire i nostri teatri.

Gianluca Floris

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